Gli italiani – tutti, anche chi non lo amava, chi non condivideva le sue idee – devono a Marco Pannella più di quel che credono. Gli dobbiamo, anzitutto, il concetto e la dimostrazione che un individuo deve pensare in proprio, senza barricarsi dietro gli schieramenti.

Il suo passare prima dal Partito liberale a quello socialista, poi dal centrodestra al centrosinistra, non sono mai state manifestazioni di opportunismo politico. Pannella pensava, a ragione, che per affermare le idee che più gli stavano a cuore, occorresse stare dov’era meglio stare per far avanzare quelle idee. E le sue idee si concentravano intorno a un principio unico: prima di tutto, la libertà dell’individuo. Si trattasse del divorzio o dell’aborto, per citare soltanto le sue battaglie più famose, la linea guida era sempre quella: la libertà dell’essere umano di poter scegliere, liberandosi dalle regole costrittive di uno Stato-padrone. Può non piacere, ma anche i suoi più tenaci detrattori dovranno pur ammettere che, proponendo continuamente la proprie battaglie, Pannella ha costretto gli italiani a riflettere su se stessi, sulla propria visione del mondo, sull’indirizzo che volevano dare alla società e al futuro, sulla propria etica e la propria morale, al di là delle diatribe politiche quotidiane. Molti di noi hanno cambiato idea, grazie o contro di lui, e cambiare idea – specialmente quelle ricevute alla nascita – è l’esercizio più difficile e audace che si conosca.

Per ottenere tutto questo, Marco ha sempre pagato di persona, e non parlo dei digiuni. Se avesse cinicamente applicato la sua intelligenza, la sua capacità organizzativa, politica e mediatica alla propria carriera professionale, Pannella sarebbe stato ministro, capo del governo, presidente della Repubblica (e sì che gli sarebbe piaciuto). Di certo gli sarebbe spettato un posto da senatore a vita che – colpevolmente – non gli è stato dato. Non perché non se lo meritasse, ma soltanto perché era Pannella: ovvero uno che non si sapeva mai cosa avrebbe fatto e detto, troppo pericoloso dunque per dargli un simile palcoscenico, per di più a vita. Avrebbe continuato a fare quello che aveva sempre fatto: beffare la sacralità rituale della politica, per non deflettere dalla sacralità dell’individuo. Eppure nessuno potrebbe pensare alla sua come a una vita di sacrifici, tutt’altro. Era un gaudente, Marco, nel senso vero che se la godeva. Con le sue sigarette, le sue droghette, le sue bevute, le sue donne, i suoi uomini, la sua pentasessualità. E se la godeva, soprattutto, a sfottere il sistema e a metterlo in tilt di fronte alle contraddizioni del sistema medesimo. Cos’altro fu, per esempio, l’elezione di Cicciolina in Parlamento? Facendo eleggere deputato una pornostar, in pieno esercizio effettivo del mestiere, Pannella fece esplodere insieme la bellezza e la bruttezza della democrazia, mise alla berlina i benpensanti (intesi come quelli che, per pensare sempre bene, non pensano), i pruriginosi, i cultori dell’autorità, della seriosità, dello status quo. Infine un ricordo personale (di come si beffò anche di me), come una monetina da lanciare fra le tante nella fontana di Trevi dell’«io lo conoscevo bene». «Perché non ti iscrivi al Partito radicale?», mi chiese una volta. «Perché sono troppo radicale per iscrivermi al Partito radicale», risposi. «Ma non dire cazzate!», sorrise, e mi consegnò il modulo di adesione e versamento.

Fonte: Il Giornale