Dal maggio scorso i media occidentali si sono interessati in più occasioni dell’occupazione della città archeologica di Palmira da parte delle milizie dello Stato Islamico.
Vuoi per raccontare delle esecuzioni sommarie dei prigionieri dell’esercito siriano o del direttore del sito archeologico, l’82enna Khaled Assad. Oppure per lamentare le distruzioni compiute dai jihadisti al museo come nel sito archeologico dove sono stati devastati i templi di Baal Shamin e di Bel, oltre all’Arco di trionfo e a dozzine di tombe.
Danni gravissimi con stime di almeno 5 anni per ristrutturare quanto è stato distrutto secondo Maamoun Abdelkarim, responsabile per le antichità e i musei siriani.
L’Occidente si è stracciato le vesti per le antiche reliquie profanate ma non ha fatto nulla per fermare lo scempio. Neppure una bomba della Coalizione ha colpito l’Isis in questo settore per non aiutare le truppe di Bashar Assad che hanno liberato la città dopo un’offensiva che in tre settimane è costa la vita, secondo alcune stime, a 400 miliziani del Califfato e 180 soldati governativi e loro alleati Hezbollah libanesi.
La liberazione del sito archeologico, secondo quanto riporta l’agenzia di Stato siriana Sana è avvenuto con il solo impiego di fanteria e mortai leggeri, evitando artiglieria pesante e raid aerei (che pure sono stati centinaia in quel settore sommando quelli effettuati dai jet russi e siriani) per evitare di provocare ulteriori danni alle reliquie.
La vittoria di siriani e russi a Palmira (celebrata ampiamente a Mosca, Teheran e Damasco anche a fini propagandistici) ha anche un importante valore militare e costringerà probabilmente il Califfato a barricarsi nelle sue ultime roccaforti a Raqqa e Dei Azzor.
Ciò nonostante è stata accolta con un fragoroso silenzio in Occidente. Nessuno proporrà decorazioni dell’Unesco ai militari siriani caduti per liberare un sito archeologico proclamato nel 1980 patrimonio dell’umanità, almeno a giudicare dalla sorta di imbarazzo misto a rabbia che si percepisce nelle cancellerie europee per il successo conseguito dalle forze di Damasco e di Mosca.
La liberazione di Palmira rappresenta lo specchio più nitido dell’ambiguità dell’Occidente, incapace o privo della volontà di combattere davvero lo Stato Islamico e prono di fronte alle pretese dei regimi islamisti di Turchia, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti pretenderebbero di sostituire il regime di Assad con la dittatura della sharia.
Neppure i rapporti stilati negli ultimi dieci anni da diversi servizi d’intelligence (e resi noti da Wikileaks) che denunciano la massiccia infiltrazione di imam Salafiti in Europa ad opera dei sauditi (o dei Fratelli Musulmani finanziati da turchi e Qatar) ha indotto le cancellerie europee ad aprire gli occhi sulla natura di alcuni “alleati”.
Un approccio ben rappresentato dall’atteggiamento del governo britannico che con un tweet di Gareth Bayley, rappresentante speciale di Downing Street per la Siria, ieri ha precisato che “il regime di Assad è responsabile della crisi siriana. Deplorevole che Palmira sia diventata una pedina nel conflitto”.
Tutto qui, neppure un accenno alle distruzioni del sito archeologico né ai massacri compiuti dallo Stato Islamico, evidentemente considerato a Londra “meno nemico” di Assad.
L’atteggiamento freddo di Usa e Gran Bretagna è stato fortemente criticato dai media anglosassoni. Robert Fisk, il più autorevole corrispondente britannico dal Medio Oriente, sull’Independent ha accusato soprattutto gli statunitensi di non aver mosso un dito alla caduta di Palmira nella mani del Califfato e di aver poi dimostrato di voler distruggere i jihadisti “ma non troppo”.
Fisk non risparmia l’ironia sull’imbarazzato silenzio di Barack Obama e David Cameron di fronte alla liberazione della città, ricordando polemicamente come il governo di Sua Maestà non avesse invece esitato a ordinare di mettere le bandiere a mezz’asta quando morì il “re tagliatore di teste” di Riad.
“Non eravamo noi occidentali a dover annientare l’Isis? Scordatevelo, a fare il lavoro ci pensano Putin e Assad. Pregate per la pace, gente” ha concluso sarcasticamente Fisk.
Inutile negarlo. Il contrasto tra l’azione di siriani e russi e le chiacchiere dell’Occidente stanno infliggendo il colpo di grazia a quanto resta della nostra credibilità, soprattutto in Europa.
Non solo nei confronti della comunità internazionale ma anche rispetto all’opinione pubblica interna, sempre meno fiduciosa circa le capacità dei governi di far fronte a minacce quali il terrorismo e l’immigrazione selvaggia gestita dalla malavita e guidata, non a caso, dagli stessi Paesi complici nell’affermarsi dello Stato Islamico e di altri movimenti jihadisti.

Fonte: Il Mattino