Chilometri e chilometri di autostrada separano Palmira dai grandi centri urbani del Paese. La poca vita che c’era sul sentiero è stata soffocata dalla guerra. I villaggi intorno sono stati abbandonati o evacuati per via dei combattimenti a fuoco, le automobili che un tempo transitavano per trasportare merci o turisti hanno il divieto di circolare finché il cancro di Daesh non verrà respinto oltre Raqqa. Sono ordini che arrivano da Damasco.

L’intera area è stata militarizzata e messa in sicurezza da tutta una serie di checkpoint controllati dall’esercito siriano. Il 27 marzo di quest’anno a Palmira è stata vinta una battaglia ma non la guerra. Il tricolore rosso-bianco-nero con le due stelle verdi ammainato sopra “la perla del deserto” segna soltanto un punto del confine: la bandiera nera del Califfato non sventola così lontano. I colpi di mortaio riecheggiano ancora nel deserto.

Le impronte degli scontri sulla strada che porta nell’antica città sono ancora fresche. Ai lati dell’asfalto le carcasse rovesciate dei carri armati sono rimaste lì. Nelle postazioni e negli accampamenti militari dell’esercito siriano i lanciarazzi sono ben piantati sulla sabbia e puntano già all’orizzonte. I combattimenti possono ricominciare da un momento all’altro perché l’antica città ha un valore strategico notevole per entrambi: si trova a meta strada tra Homs, Damasco e Deir Ezzor. Un pick-up dotato di una mitragliera ci spiana la strada fino a quando ad un certo punto si intravede da lontano il castello medievale in cima alla collina. Proprio da lì era partita l’offensiva via terra dopo mesi di accerchiamento e bombardamenti aerei.

Desolazione e sollievo assalgono chiunque giunge a destinazione. In lontananza si manifesta la perla di “Tadmor” (in aramaico) con tutta la sua grandezza ma il centro residenziale lascia in silenzio per minuti. Palmira non era solo un sito archeologico ma un’oasi di 45mila abitanti. La maggior parte degli edifici è stata distrutta dai combattimenti, le strade scoperchiate dalle bombe o dalle mine lasciate dai miliziani di Daesh prima di fuggire definitivamente oltre le montagne. Anche le moschee e l’unica chiesa della città nuova non cantano più offrendo il triste spettacolo della distruzione.

Ma un filo di speranza si intravede tra le vie. Ininterrottamente i pullman trasportano i residenti che erano scappati nelle città vicine, i più fortunati, quelli che hanno visto la propria casa sopravvivere all’assedio. Altri arrivano con le automobili per recuperare tra le macerie delle loro abitazioni gli oggetti rimasti intatti. Un uomo come tanti altri è nel suo negozio a rimettere in ordine i prodotti caduti dalle mensole, altri giocano a carte con i soldati per strada. Pochi bambini si aggirano in bicicletta nella città fantasma.

E poi più in là, a pochi chilometri dal centro residenziale, passato il museo, si arriva nella piazza che precede il sito. Proprio lì è stato decapito e lasciato lì per qualche giorno il celebre archeologo siriano Khaled Al Asaad, catturato e poi ammazzato il 15 agosto del 2015 per essersi rifiutato di rivelare segreti e tesori del luogo che aveva custodito per più di quarant’anni. Ora a custodirlo a nome del direttore degli scavi divenuto martire e di tutti i siriani sono i soldati russi piantati all’ingresso dell’area un tempo popolata da turisti arrivati da tutto il mondo per contemplare la storia degli Imperi. Sull’asfalto ci sono ancora i crateri lasciati dalle mine anti-carro lasciate dagli uomini di Daesh e che i genieri hanno scoperchiato una ad una da sotto l’asfalto grazie all’aiuto di blindati, robot e altri apparecchi elettronici (in un mese sono stati messi in sicurezza dieci edifici di interesse storico, 23 chilometri di strade e oltre 234 ettari di terreno).

Poi il viale che porta al sito archeologico spalanca le porte ad un panorama mozzafiato che però esclude il santuario di Bel, il tempio di Baalshamin e l’arco di trionfo romano, millenarie rovine fatte esplodere dai miliziani durante i dieci mesi di occupazione. Ma dietro la furia iconoclasta c’è anche il pragmatismo e la furbizia.

All’interno del museo di Palmira i reperti archeologici sono letteralmente spartiti, la maggior parti di essi è in vendita sul mercato nero internazionale o finiti in qualche collezione privata occidentale. I video della distruzione servivano in realtà a far salire il prezzo dei reperti destinati al contrabbando. Nonostante il lavoro provvidenziale degli specialisti russi, i cartelli con la scritta “pericolo” in cirillico ci avvertono che nessuno può avvicinarsi alle rovine. Sulle mura di una tomba è inciso un tiro a segno con i segni dei proiettili, così si divertivano i terroristi nei momenti di quiete. Alcune scritte sono stampate sulle pareti. Da lontano si vede il teatro romano diventato palcoscenico delle decapitazioni gettate in mondovisione, e ancora quella via colonnata che traccia il confine tra le barbarie e la civiltà.

Ancora una volta Occidente e Oriente si siedono al tavolo delle divinità di Palmira per porre fine all’oscurantismo. La Russia e la Siria, una potenza mondiale di confessione cristiana ortodossa alleata e una nazione a maggioranza sunnita governata da un alawita, hanno sconfitto il Male nel luogo più sacro, quello dell’imperatrice Zenobia.

Fonte: Occhi della Guerra