“Mafi Rabia”, non c’è più primavera, è un detto beduino per raccontare che è finito il foraggio per il bestiame, che è arrivata la siccità, che sono in vista tempi duri e forse anche la guerra. I primi a capire che Palmira era perduta sono stati i beduini che hanno levato le tende e portato via capre e cammelli. Poi se ne sono andati i soldati di Bashar Assad, che a quanto pare hanno messo in salvo le effigi antiche più preziose. Hanno salvato le statue ma si sono dimenticati delle persone: gli abitanti sono stati abbandonati in mano al Califfato che ha occupato la città e una base militare ormai vuota.

E così, dopo Ramadi in Iraq, anche Palmira finisce sotto il controllo dei jihadisti: gli Stati Uniti si stanno accorgendo con un impercettibile ritardo di qualche anno, da quando nel 2011 è esplosa la rivolta contro il regime di Assad, che c’è un solo campo di battaglia e quello che avviene su un fronte, quello iracheno, si ripercuote sull’altro, in Siria. Ma fino alla cattura in Siria con le teste di cuoio di Abu Sayyaf, “ministro” del Petrolio dell’Isis, hanno preso ben poche iniziative, se non i raid aerei.

Adesso, dopo i colloqui la scorsa settimana tra il segretario di Stato John Kerry e il ministro degli Esteri Sergei Lavorov, gli americani pare si stiano convincendo che la Mespotamia sta pecipitando nella morsa dei peggiori estremisti islamici, non solo quelli del Califfato ma anche di Jabat al Nusra, sostenuti a piene mani dalle monarchie del Golfo.

È stata così annunciata il 2 giugno a Parigi una conferenza su Iraq-Siria: troppo poco e forse troppo tardi per salvare quel che resta di due ex stati. Una conferenza che somiglia, molto da lontano, a quelle degli anni Venti di Sanremo, Losanna e Sévres, che spartirono con i mandati coloniali le spoglie dell’ex Impero Ottomano. Ma questa volta ad avere il gioco in mano sono jihadisti e ribelli sunniti.

Cosa si pensa di fare? Tenere in piedi Assad? Spartire la Siria, secondo una proposta degli inglesi? Sostenere il governo sciita di Baghad, dare l’indipendenza ai curdi? Lasciare che tra Siria e Iraq venga disegnato sulla mappa un nuovo stato sunnita con i pozzi di petrolio siriani e la provincia irachena di Al Anbar? Dare il via all’addestramento del New Army siriano dei ribelli di stanza in Turchia per conquistare il Nord del Paese e metterlo sotto l’influenza di Ankara? E cosa accadrà – altro interogativo non secondario – di quattro-cinque milioni di profughi: come e quando torneranno in città rase al suolo come Aleppo?
Finora per nessuna di queste domande la diplomazia occidentale ha avuto il barlume di una risposta: per un semplice motivo, ha sbagliato i calcoli, pensando insieme ad alleati turchi e arabi che Assad cadesse nel 2011 in pochi mesi, e ora non sa che cosa fare. Ha soltanto percepito che l’Iran e le milizie sciite sono le uniche insieme agli Hezbollah libanesi e ai curdi che combattono l’Isis sul terreno: ma ha forse l’Occidente cambiato drasticamente politica nei confronti degli stati sunniti? Non si direbbe, visto che continua a rifornirli di armi e a lasciare che aiutino direttamente o indirettamente l’avanzata del Califfato.

È inutile mandare gente a combattere gli scafisti sulle coste della Libia: può servire – ma è da dimostrare – che si fermino un po’ i flussi. Il grande disordine mediorientale e nordafricano non si ricompone con i raid o qualche drone: intorno a noi, nell’ex Mare Nostrum, c’è un vasto e turbolento Afghanistan. A che cosa sono servite le guerre del 2001 a Kabul, del 2003 in Iraq e del 2011 in Libia, lo abbiamo sotto gli occhi: ad aggravare la situazione. L’Occidente non sa fare la guerra ma neppure la pace, almeno negli anni recenti.

Ma dalle colonne di Palmira, dalle sue pietre, esce ancora uno spirito di cui i saccheggiatori del Califfato non potranno mai impadronirsi e che dice: salviamo le statue ma anche gli uomini. È questo che ci insegna la cultura, che ci trasmette attraverso i lasciti delle civiltà che ci hanno preceduto.
La lezione di Palmira, per chi l’ha avvistata in una distesa vasta, assoluta, silenziosa, tra sabbia e rocce, è proprio questa. Aveva già quattro millenni di storia alle spalle all’incrocio delle civiltà assire, greche, persiane, quando vi arrivarono i romani, perché Tadmor esisteva da sempre, potente centro di vita e di collegamento tra il Mediterraneo e l’Oriente, città carovaniera per eccellenza in cui si contavano 375 colonne (150 erano rimaste intatte) che disegnavano la planimetria della città e indicavano la strada diritta verso il deserto.

Ancora qualche anno fa, alla vigilia della rivolta contro Assad, il tempio di Baal appariva integro. I romani rispettarono Palmira, vi aggiunsero mercati, templi, fontane, anfiteatri e risparmiarono anche la sorte della regina Zenobia: disastrosamente sconfitta sul piano militare, dopo la rivolta contro l’Impero fu integrata nella vita di Roma.
Fino all’arrivo del Califfato, non vi era traccia nei ruderi di Pamira di una decadenza traumatica, di distruzioni, incendi, saccheggi. Si potevano scorgere iscrizioni aramaiche, greche, latine e infine arabe, tra busti di personaggi, effigi, invocazioni religiose. Sembrava una sorta di Manhattan del deserto che ci restituiva il fascino dell’incontro tra Occidente e Oriente.

Ma di questo all’Isis non importa nulla. Tutto quello che è fuori dall’orizzonte ristretto dei jihadisti è considerato empio e sacrilego. In questo non c’è soltanto ignoranza. C’è anche un progetto politico assoluto: eliminare qualunque residuo di storia, cultura, convivenza, sia pure antica, per radere al suolo la Siria e seppellirla sotto le sue stesse macerie. Questa non è soltanto la morte di una nazione: è il genocidio di una nazione, di un popolo, di una lunga storia e di una cultura. Ci riguarda?

Fonte: IlSole24Ore