Oscurato dalle atroci imprese del Califfato nel Siraq, il campo di battaglia tra Siria e Iraq, il ribollente e sanguinoso confine tra Pakistan e Afghanistan, il cosiddetto Af-Pak, era caduto nell’oblio dell’Occidente ma qui da oltre un decennio si sta combattendo una delle guerre al terrorismo più devastanti del pianeta. Lo dimostra anche questo attentato di Quetta alla scuola di polizia, 60 morti, rivendicato dall’Isis e preceduto in agosto, sempre a Quetta, capitale del Balucistan, dalla “strage degli avvocati”, 88 morti, dal kamikaze che fece 72 morti in un parco di Lahore, dall’attacco all’università Bacha Khan a Charsadda: alcuni di questi attentati appaiono una sorta di triste “deja vu” del massacro del 16 dicembre 2014, quando un commando talebano uccise in una scuola militare di Peshawar 150 persone. Il gruppo entrato in azione a Quetta, secondo la polizia, era composto da tre kamikaze affiliati al gruppo Al-Alimi, fazione di Lashkar-i Jangvi, organizzazione jihadista anti-sciita. Le intercettazioni telefoniche dimostrerebbero che i tre assalitori avevano contatti con l’Afghanistan. E anche questa non è purtroppo una novità. 

Pensare che il Pakistan sia lontano dall’Europa e dal Medio Oriente è un errore che stiamo ancora pagando. La jihad è nata qui negli anni Ottanta dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, qui si combatte una delle guerre al terrorismo più lunghe e devastanti del pianeta. Tutto è partito dal Pakistan: la lotta dei mujaheddin contro Mosca, con il sostegno del generale pakistano Zia ul Haq, i soldi dei sauditi e le strategie americane, la propaganda di Osama bin Laden e di al-Qaida, che fu fondata proprio a Peshawar nell’88. È qui che furono formati dai governi di Islamabad i primi battaglioni talebani per la conquista di Kabul. Bin Laden, lo stratega dell’11 settembre e degli attentati del 2001 negli Stati Uniti, è stato ucciso in Pakistan, ad Abbottabad, quasi dieci anni dopo la guerra, il Mullah Omar è morto in un ospedale di Karachi: i servizi pakistani sanno molto più di quanto di solito non vogliano dire. In un recente incontro con il direttore generale del Fondo monetario, Christine Lagarde, lo stesso primo ministro Nawaz Sharif ha affermato che negli ultimi anni la guerra al terrorismo ha fatto 24 mila morti, 50mila feriti e si sia registrato un danno economico di almeno 100 miliardi di dollari.

Nonostante sia uscito in parte dalla crisi economica, il governo Sharif è tenuto in pugno dai militari che esercitano il vero potere: oltre all’atomica, controllano le relazioni diplomatiche con India, Stati Uniti e pezzi importanti dell’economia. E i generali non rinunciano all’influenza sull’Afghanistan, considerato parte irrinunciabile della “profondità strategica” di Islamabad, pronti quindi a manovrare, se serve, anche i gruppi più radicali, talebani compresi. È interessante ascoltare quanto afferma Seyed Jafar Ahmed, direttore dei studi politici all’Università di Karachi.

“L’impatto dell’integralismo e della propaganda saudita con il wahabismo, versione retrograda dell’Islam, è stato profondo: con la guerra antisovietica la jihad è diventata una “materia di studio”.

Nel senso che i militanti di allora sono diventati insegnanti nelle scuole e professori negli atenei, contribuendo con gli ulema più radicali a promuovere una subcultura dell’estremismo nella società. In realtà in Pakistan tutti sottolineano che nella lotta al terrorismo si tagliano i rami dell’albero ma non le radici.

Fonte: Il Sole 24 Ore