Più va avanti la guerra al terrorismo e più il terrore avanza: è la strategia della paura attuata dai jihadisti e dall’Isis. Un giorno colpiscono a Parigi, un altro a Tunisi o nel Mar Rosso, ieri il cuore di Istanbul, metropoli turca ma europea, simbolo della cultura ottomana e ultima vera erede storica del Califfato prima che fosse abolito da Kemal Ataturk nel 1924.
L’Isis, rivendicando l’attentato, ha consegnato la sua dichiarazione di guerra alla Turchia. Finora il Califfato aveva attaccato soprattutto i curdi puntando a espandere il divario tra la maggioranza sunnita e le minoranze curde e alevite. Ma ora sta perdendo terreno in Iraq e in Siria, cerca una nuova area di influenza e si assume il rischio di scontrarsi con la Turchia, storico membro della Nato che con Erdogan ha coltivato ambizioni di espansionismo neo-ottomane corteggiando i Fratelli Musulmani ma anche i jihadisti utili alla sua causa.
Da Istanbul arriva un messaggio: per i jihadisti la cultura araba e musulmana non deve essere vista o goduta, e neppure studiata, ma grondare sangue: questa è la trappola in cui stanno trascinando Oriente e Occidente. L’obiettivo è trasformare l’Islam, ovvero la sua declinazione più aberrante, nella cultura della violenza e innescare una replica altrettanto irrazionale, una sorta di Crociata. Per questo la risposta dell’anti-terrorismo non può essere soltanto militare. Che ci sia una strategia non significa che obbedisca a una sola organizzazione. Il colore di questo terrorismo è sempre nero come la bandiera del Califfato o quella del monoteismo di Al Qaeda, con una scritta bianca inneggiante a Dio, e il suo evento fondante è l’11 settembre 2001 con gli attentati di New York e Washington. Il jihadismo, pur affondando le radici in correnti come il wahabismo saudita o il salafismo, ha elaborato una sua sub-cultura diretta sia contro i Paesi musulmani che quelli occidentali. Le guerre non solo hanno reso già difficile viaggiare in Medio Oriente ma ora il jihadismo punta a eliminare i contatti tra occidentali e musulmani, colpendo ovviamente anche il turismo, una fonte importante di occupazione e valuta.
La colpa non è soltanto dei jihadisti ma anche di coloro che ne hanno favorito l’espansione. Gli stessi stati che hanno appoggiato in varie forme l’applicazione della sharia, la legge islamica, hanno contribuito al legame sempre più stretto tra stato e religione: eppure ai jihadisti, blanditi, corteggiati e in molti casi anche finanziati, questo non basta, adesso anche i loro sponsor sono nel mirino perché non appaiono abbastanza ortodossi e amichevoli. Rischiano grosso gli apprendisti stregoni del fronte sunnita, dalla Turchia all’Arabia Saudita. La Turchia del presidente Tayyp Erdogan per quattro lunghi anni ha dato corda ai jihadisti che voleva usare per abbattere il regime di Assad: la frontiera con la Siria era diventata “l’autostrada della Jihad” con il passaggio di migliaia di combattenti, molti dei quali si sono arruolati prima nel gruppo qaedista di Jabat al Nusra e poi nel Califfato. E anche molti turchi hanno partecipato a questa guerra e sono tra gli autori delle stragi di Ankara di ottobre e di Suruc nel luglio scorso.
Oggi in Turchia ci sono circa 3mila persone collegate all’Isis, di cui un migliaio di nazionalità turca. È curioso che poche ore prima dell’attentato di Istanbul le autorità turche abbiano di diffuso un dato: il fermo o il respingimento di 35mila volontari della Jihad diretti in Siria. Un esercito. Questo significa che il Califfato aveva fatto della Turchia la sua
base logistica.
La Turchia ambisce alla classificazione europea di Paese “sicuro” per ottenere una liberalizzazione dei visti per i suoi cittadini in cambio di aiuti economici per la gestione dei profughi siriani: va bene che Ankara fa parte della Nato ma non c’è nessuno in Europa che osi chiedere dove sono andati a finire i jihadisti passati da quelle parti? Eppure non pochi terroristi europei di origine musulmana hanno attraversato le sue frontiere.
Non sorprende che Erdogan abbia messo sullo stesso piano il terrorismo dell’Isis e quello dei curdi del Pkk, una vicenda dolorosa che nell’Anatolia del Sud Est, il Kurdistan turco, va avanti da oltre trent’anni e non ha niente a che fare con il jihadismo, anzi. In realtà la Turchia prima ha fatto la guerra ai suoi curdi, poi molto blandamente e per finta all’Isis. Al punto che per mesi ha ostacolato gli aiuti a Kobane, la città siriana sotto assedio del Califfato. Tutti sappiamo che l’incubo geopolitico della Turchia è che si possa formare uno stato autonomo curdo: ma le cose stanno davvero così o è una versione di comodo per non risolvere le questioni interne?
La Turchia combatte due guerre, una contro i curdi, l’altra per procura contro Assad e adesso sarà costretta a combatterne una terza contro il Califfato. Per accreditarsi in questo conflitto e bilanciare lo smacco della presenza della Russia di Putin ai confini, Erdogan, ha inviato le sue truppe nel Kurdistan iracheno, nonostante le proteste del governo centrale di Baghdad, ad addestrare i peshmerga di Massud Barzani. Ma il terreno di battaglia scelto oggi dai terroristi dell’Isis è ben più insidioso persino delle acuminate vette del Kurdistan.

Fonte: IlSole24Ore