Lasciate stare la guerra dei Trent’anni e concentratevi su questa.

Sono stati fatti recentemente alcuni paralleli tra la guerra dei Trent’anni tra cattolici e protestanti e il conflitto tra sciiti e sunniti. Niente è più fuorviante dei paralleli con il passato per non imparare la storia del presente.

La guerra attuale ha inizio nel 1979 con la rivoluzione islamica di Khomeini e poi con l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Saddam Hussein attacca l’Iran nel settembre del 1980 con il sostegno finanziario delle monarchie del Golfo e quello militare dell’Occidente: la guerra si conclude con il cessate il fuoco del 1988 con un milione di morti. Sullo Shatt el Arab vidi la trincea di un soldato iracheno e di uno iraniano a tre metri di distanza: il confine non era cambiato di un centimetro.

L’invasione dell’Armata Rossa nel dicembre 1979 si concluse con la ritirata sovietica del 1989 e la vittoria dei mujaheddin: era la prima volta che dei gruppi islamici di ispirazione radicale ottenevano una vittoria di queste proporzioni contro una superpotenza: la base fu il Pakistan, la direzione dei servizi di Islamabad, della Cia e i soldi in gran parte dei sauditi e del mondo musulmano.

Anche qui la frontiera afghano-pakistana non mutò e venne confermata la Linea Durand disegnata dagli inglesi a fine Ottocento.

Si combatte quindi da 36 anni con due scopi: contenere l’influenza dei russi e degli iraniani. L’obiettivo degli Stati Uniti è quello di bilanciare le potenze regionali sciite e sunnite per controllare militarmente il Golfo, il Mediterraneo e i flussi energetici diretti a Oriente, in particolare verso la Cina dove si gioca la partita. Le guerre americane del 1991 e del 2003 contro l’Iraq sono state il corollario di questa politica e degli errori che ne sono derivati.

Il dato fondamentale è che finora non sono mai stati cambiati i confini degli stati ex coloniali. Unendo il campo di battaglia iracheno a quello siriano, il Califfato mette in dubbio le frontiere tracciate un secolo fa dall’accordo Sykes-Picot nel 1916 e da quelli successivi di Losanna e Sévres. Ed è questo il problema più spinoso per cui la guerra all’Isis è apparsa esitante e inconcludente: non c’è nessun progetto politico concreto per sistemare la regione se non quello del Califfato di Al Baghdadi, sostenuto in vari modi dalle potenze regionali sunnite.

Si capisce bene che in questa situazione stati come il Libano e la Giordania, per motivi diversi, rischiano grosso pure loro. Quanto alle ineffabili monarchie del Golfo dovranno occuparsi della lo stessa tenuta e di quella dell’Arabia Saudita che ha trovato in Yemen il suo Vietnam.

Si sta compiendo l’unico disegno che avevano Cheney, Bush e i neo-con, poi ereditato da Obama: polverizzare l’intero Medio Oriente arabo. Gli Stati Uniti hanno guardato nel 2014 il Califfato conquistare una città grande e strategica come Mosul senza fare una piega: Washington non ha mai voluto fare davvero la guerra all’Isis e ora se ne accorgono anche gli europei.

La Libia, che era uscita con l’ultimo Gheddafi da ogni gioco mediorientale per concentrarsi sull’Africa, è stata fatta rientrare nell’ambito del Medio Oriente dalla guerra del 2011 che l’ha lasciata senza una guida alle influenze regionali. Come previsto si è subito spaccata in due tra Tripolitania e Cirenaica e non si è più ricomposta.

Ora la presenza dei jihadisti potrebbe assestare il colpo finale a ogni simulacro della Libia e innescare anche nuovi conflitti che potrebbe coinvolgere oltre alla Tunisia anche l’Algeria ma da Washington non arriva alcun segnale di interesse. Lo Stesso Egitto lotta per la sopravvivenza: non solo si è impegnato a sostenere il governo di Tobruk, rivendicata con la Cirenaica da re Farouk a Churchill negli anni’40, ma adesso rischia di perdere il controllo del Sinai.

E Israele, la Palestina, i curdi? Il Califfato che rivendica di voler governare tutti i musulmani non dice una parola sull’occupazione israeliana del Golan perché teme di essere spazzato via dalla maggiore potenza militare della regione fino alla comparsa della Russia in Siria. Probabilmente c’è qualche accordo segreto tra Putin e Netanyahu per spartirsi le rispettive zone di influenza. Agli israeliani resta il Golan, la Palestina non si tocca mentre i russi manovrano i curdi in funzione anti-turca. All’Iran resta l’influenza su metà dell’Iraq sciita e protegge le sue frontiere, in cambio Mosca potrebbe ottenere da Teheran la “neutralizzazione” di Hezbollah in Libano nei confronti di Israele: questa sarebbe forse la mossa che potrebbe sistemare “miracolosamente” la regione.

In questo modo i principali attori, Usa, Israele, Russia e Iran – accontentato dal rientro sulla scena internazionale – ottengono soddisfazione mentre l’Europa esce ammaccata, come è logico che sia per un’espressione monetaria e geografica ma non politica che fino a ieri ha voltato la testa dall’altra parte per non discutere di quanto avveniva a Sud delle sue labili frontiere.

Quanto al terrorismo, dopo uno spettacolo di questo genere, c’è la forte possibilità che continui per altri anni perché quando si inghiottono in questa maniera i destini di interi popoli e nazioni qualcuno scontento rimane sempre. Non vi pare?

Fonte: Il Sole 24ore