La vicenda del famigerato decreto Fornero (a proposito: vi ricordate quando si diceva che il governo Monti era la crema della crema della nostra classe dirigente? I tecnici super preparati!) ha avuto l’effetto poco desiderabile di attivare l’attenzione predatoria di Renzi sulla Corte Costituzionale. Magari sino a questo punto non ci aveva pensato, stante anche la sua precaria preparazione in Diritto Costituzionale, ma questa sentenza deve averlo fatto pensare sul fatto che si tratta di un impiccio di cui tener conto. Magari ha già in mente una riforma costituzionale per cui la Corte è di diretta nomina governativa o che abbia solo potere consultivo o, proprio, non ci sia, ma, per ora deve fare i conti con quel che c’è e fra un po’ la Corte deve decidere sull’Italicum, poi sulla stessa riforma costituzionale che presenta molti aspetti discutibili almeno sul piano procedurale e qu quello sistemico, poi la stessa questione del decreto Fornero è possibile che ritorni alla Consulta e magari il job act… Che si fa?

A questo punto si capisce che i tre giudici costituzionali da eleggere sono un boccone troppo importante per essere trascurato. Facciamo due conti: i giudici sono tre, uno spetta di diritto al Pd perché prende il posto di Mattarella, due devono sostituire giudici di centro destra (uno scaduto da un anno e l’altro scadrà il 5 luglio), però è anche vero che la geografia parlamentare è cambiata, per cui, la logica di spartizione vorrebbe 1 di gradimento Pd, 1 di gradimento destra ed 1 di gradimento M5s. Però dire destra oggi significa dire niente: destra chi? Lega? Forza Italia? Fitto? Verdini? Alfano? Nessuno di questi rappresenta più di 60 voti e se lo dai ad uno, ciascuno degli altri può legittimamente dire: Perché lui si ed io no?. Insomma, i conti dicono che il corpo elettorale è di 952, quindi la maggioranza richiesta è 571, il Pd oggi ha 309 deputati e 113 senatori, cui aggiungere i 6 senatori a vita, totale 428, cui, però, possono aggiungersi un po’ del gruppo misto e transfughi vari. Diciamo un pacchetto di un’altra ventina e siamo a circa 450, ne mancano 121 (ma, per prudenza dichiamo a 150 a stare stretti).

I centristi possono portare una quarantina di voti al massimo, mettiamoci altri 40 scarsi di Verdini (posto che ci stia) o i residui 60 berlusconiani, siamo sempre al di sotto della soglia. Né la trentina di Sel, posto che si riesca a farcela rientrare, risolverebbe il problema e sempre che si riesca a fare una maggioranza così pasticciata. Né oggi esiste una possibilità politica concreta che Lega, Verdini, Fitto, Alfano, Berlusconi, Tosi riescano a ricomporsi come blocco e portare unitariamente i loro 160-170 voti. Non c’è niente da fare: per eleggere i giudici costituzionali, c’è bisogno dei 127 (91+36) del M5s, con i quali il blocco Pd raggiungerebbe i 555 voti, ed a quel punto, raschiando il fondo del barile fra Sel, Alfano, Casini e transfughi vari saremmo ben oltre i 700 voti. Determinante è che ci stia il M5s ed è facile aspettarsi (qualche giornale già inizia a farlo) che venga offerto un giudice al gruppo Grillino. Però, con questo, Renzi non avrebbe risolto si suoi problemi: non basta riconquistare il seggio di Mattarella, occorre recuperare tutti due gli altri posti in palio. Questo darebbe una ragionevole speranza di avere una maggioranza filo governativa nella Corte.

Come ottenere questo risultato? Per il secondo non dovrebbero esserci problemi: se con transfughi e rimasugli centristi si rimediano quella trentina di voti necessari si può chiudere a 2 Pd ed 1 M5s. Il problema è il terzo e qui dobbiamo temere che si stia preparando una “manovra Zaccaria bis”. Come si ricorderà, il M5s, dopo una sofferta procedura (solita consultazione on line), scelse il prof. Zaccaria come suo candidato per il Consiglio Superiore della Magistratura, sostenendolo con ardore sino a quando non risultò effettivamente eletto. Poi, appena sedutosi sul suo scranno in seno al Csm, il professore, come prima cosa, dichiarò di non avere nulla a che fare con il M5s, e sin qui va bene: il movimento ha sempre detto di non volere un suo uomo a Palazzo dei Marescialli ma un giurista al di sopra delle parti.

Subito dopo, il Csm dovette affrontare la questione della Procura di Palermo (con la quale, come è noto, era piuttosto arrabbiato l’allora Presidente Napolitano) candidati erano Guido Lo Forte, più anziano e sostenuto dalle toghe, Sergio Lari e Franco Lo Voi, il meno anziano, preferito dai rappresentanti laici (cioè quelli di designazione partitica) Zaccaria si mise alla testa degli otto “laici” i cui voti furono determinanti a favore di Lo Voi. Motivazione: è vero Lo Voi è meno anziano, però ha titoli più importanti di Lo Forte, perché fu designato a suo tempo (dal governo Berlusconi) presso Eurojustice, mentre Lo Forte è stato solo procuratore a Messina. Scelta graditissima al governo: pensate che il ministero concesse l’anticipato possesso dell’ufficio (cosa molto rara), il che precluse la strada alla richiesta della sospensiva per il ricorso di Lo Forte. Il Tar, però, l’ha vista in modo diverso ed ha annullato la nomina di Lo Voi.

Dopo un po’ di mesi, lo stesso Csm si è trovato a decidere quali magistrati dovessero andare a lavorare presso la Procura nazionale Antimafia. Sceglieva altri magistrati fra cui Marco Del Gaudio (inquirente del caso Finmeccanica Guarguaglini) e Salvatore Dolce (cosche calabresi) e, sin qui, nulla da dire, per l’ultimo posto la scelta era fra la barese Eugenia Pontassuglia (il cui caso più noto è quello sul caso Escort-Tarantini-Berlusconi, un bel caso, d’accordo, ma che c’entra l’antimafia?) e Nino Di Matteo, pm notissimo per le sue inchieste antimafia come attesta anche il fatto che, nelle quirinarie del M5s svoltesi a gennaio, giunse terzo. È prevalsa la Pontassuglia, degnissima persona, per carità, ma sul piano delle esperienze specifiche dei processi di mafia, mi pare che non ci sia confronti con Nino Di Matteo. Ma no, in questo caso è prevalso quel criterio di anzianità che, invece, era stato negato a Lo Forte. E Zaccaria? Si è eroicamente astenuto! Però che tempra d’uomo!

Insomma, a mettere le due cose insieme si capisce solo una cosa: che la procura palermitana deve pagare il conto di certi affronti alla classe politica, a cominciare dal Quirinale. Ed il nostro eroico Zaccaria sta dalla parte di quelli che pestano. Certo, resta un mistero capire come abbia fatto Zaccaria ad emergere nella consultazione essendo così popolare fra il popolo 5stelle che, sino a quel momento, non pare ne avesse mai sentito parlare. O, se mi sbaglio, correggetemi.

Comunque sia, i voti del M5s sono finiti a rinsaldare il fronte dei partiti di regime nel Csm: un risultato un po’ paradossale (mi consentirete) e del quale non si capisce bene come sia venuto fuori, neppure chi sia stato il parlamentare (o i parlamentari) che lo ha (hanno) inserito nella rosa sottoposta alla rete.

E’ da prendere in considerazione l’ipotesi che nel sistema delle consultazioni on line si sia prodotto un vulnus che consente ad esterni al movimento di influenzarne le scelte. Se così fosse, occorrerebbe stare attenti a non ripetere questa esperienza, anche perché è facile immaginare che qualcuno pensi a qualche sistema per condizionare un movimento che ha un peso politico molto consistente ma anche molto giovane e poco protetto. In particolare credo sia necessario porre alla “rete” un quesito più corretto di quello posto in occasione della scelta per il Csm.

Mi spiego: se dobbiamo scegliere il candidato al Quirinale, sappiamo tutti chi siano Prodi, Bersani, Imposimato o Mattarella, ma se dobbiamo eleggere un giudice costituzionale (siamo seri) chi sa chi sono gli insigni giuristi candidati, se non una ristrettissima cerchia di amici, studenti e colleghi? Realisticamente questi candidati sono del tutto sconosciuti al grande pubblico. Ed allora facciamo così: prepariamo due o tre domande per sapere cosa pensano. Ad esempio, prima domanda: “Gentile Professore cosa pensa dell’Italicum?” “E della legge Fornero?”. Almeno si voterebbe sapendo cosa si sta votando.

Fonte: aldogiannuli.it