Per 70 anni i sauditi non hanno mai avuto dubbi che gli americani fossero dalla loro parte. A Camp David Barack Obama dovrà usare le sue arti persuasive per addomesticare la rabbia delle monarchie arabe che nel possibile accordo sul nucleare con l’Iran vedono un cambiamento epocale negli equilibri del Golfo. C’è sempre una sempre maggiore percezione «che gli Usa e l’Arabia Saudita siano amici e non alleati e che gli Usa e l’Iran siano alleati e non amici», sostiene Karim Sadjadpour, esperto iraniano del Carnegie Endowment for International Peace. E deve essere in parte così se il re saudita Salman, con la scusa della tregua in Yemen, ha deciso di non partecipare, insieme ad altri tre sovrani, al vertice americano.

È la storia che ci rimanda all’attualità e fa intravedere il futuro della regione. Il primo marzo del 1945 il regno di Ibn Saud rinunciò alla neutralità entrando in guerra a fianco degli Alleati contro le potenze dell’Asse. Una decisione tardiva, di cui nessuno ha ricordato l’anniversario, ma che sancì per gli Stati Uniti l’alleanza con il principale pilastro della politica americana in Medio Oriente. L’altro sarebbe stato di lì a pochi anni Israele, che nasce il 14 maggio del 1948 (equivalente per i palestinesi alla cosiddetta Nakba, la catastrofe dell’esodo). Gli alti due capisaldi furono rappresentati dall’ingresso della Turchia nella Nato nel 1952 e dal colpo di stato della Cia e dei servizi britannici che nel ’53 riportò lo Shah Mohammed Reza Pahlevi sul trono dell’Iran da cui venne abbattuto nel ’79 dalla rivoluzione sciita di Khomeini. Il 4 novembre di quell’anno fatale, un mese prima che l’Urss invadesse l’Afghanistan, ci fu la presa degli ostaggi nell’ambasciata americana di Teheran che segnò un’insanabile rottura con Washington e diede il via ai rivolgimenti che hanno investito per oltre tre decenni il Medio Oriente. E dai vecchi equilibri che, secondo Obama, dovrebbero nascere i nuovi.

Ma quale fu il patto d’acciaio tra Usa e Arabia Saudita che oggi sembra vacillare? La casa reale dei Saud ricevette la benedizione di Roosevelt in un famoso incontro sull’incrociatore Quincy ormeggiato lungo il canale di Suez, un evento che gettò le basi per una relazione speciale tra la superpotenza democratica e una monarchia sunnita assoluta basata sull’Islam wahabita che spende per diffondere il suo credo ultraconservatore 3 miliardi di dollari l’anno, adddestrando migliaia di imam e finanziando con discrezione i gruppi radicali, jihadisti inclusi.

Come andarono le cose allora lo racconta l’edizione dell’epoca del New York Times. Pur di rispettare i dettami islmici, Roosevelt si nascose a fumare l’amato sigaro nell’ascensore della nave ma il sacrificio era giustificato: «I sauditi avrebbero fornito petrolio in abbondanza in cambio di protezione militare e di basi aeree. L’America sta sostituendo l’Union Jack nell’ex Impero britanico», scrisse Cyrus Sulzberger, famoso inviato e anche agente della Cia.

Questa a volta a Camp David l’atmosfera è meno rilassata e i dati sono cambiati: l’America non ha più bisogno del petrolio saudita ma mantiene ancora una forte presa sulle monarchie del Golfo che hanno bisogno della sua protezione. L’Arabia Saudita investe per la difesa 80 miliardi di dollari l’anno, sei volte più dell’Iran, ma non riesce a vincere la resistenza degli Houthi sciiti in Yemen ed è assai irritata perché finora Washington ha messo il veto a un’offensiva di terra. Così come i sauditi sono inferociti per la politica Usa in Siria, dove Bashar Assad è ancora in sella, mentre i sunniti combattono ovunque contro gli alleati di Teheran: siriani, yemeniti, governo di Baghdad, Hezbollah libanesi, tutti sostenuti con una spesa di circa 10 miliardi di dollari l’anno dai Pasdaran iraniani. Riad non teme solo il nucleare dell’Iran ma che la repubblica islamica, alleggerita dalle sanzioni, riprenda il suo ruolo di potenza economica: e il denaro è stata finora la maggiore arma diplomatica in mano alle monarchie del Golfo.

Fonte: Il Sole 24 Ore