Le Nazioni Unite preparano quattro gruppi di lavoro tematici, «per avviare un movimento in favore di un documento quadro siriano per l’attuazione del Comunicato di Ginevra», secondo la presentazione che Staffan de Mistura ha fatto al Consiglio Sicurezza [1].

E qui casca l’asino: né Lakhdar Brakimi né De Mistura hanno evocato gli sforzi fatti dal 30 giugno 2012 dalla Repubblica araba siriana per conformarsi a tale testo.

Andiamo indietro di tre anni. L’esercito arabo siriano aveva appena sconfitto i takfiristi. L’Emirato Islamico di Baba Amr si era arreso e degli accordi erano stati segretamente conclusi con la Francia e la Turchia, che prevedevano in particolare la restituzione degli ufficiali stranieri fatti prigionieri in cambio della pace. Gli Stati Uniti e la Russia stavano discutendo di spartirsi il Medio Oriente e avevano convocato il “Gruppo d’azione per la Siria”, per redigere il “Comunicato di Ginevra”. Sappiamo che questo accordo tra le grandi potenze è stato spazzato via sei giorni dopo dalla Conferenza degli “Amici della Siria” a Parigi, seguita dalle drammatiche dimissioni di Kofi Annan. Una seconda guerra iniziò, molto più sanguinosa. Ormai essa non contrappone se non marginalmente dei siriani tra di loro mentre oppone soprattutto i jihadisti stranieri ai siriani.

Il Comunicato si fonda sul piano in sei punti di Kofi Annan, che a sua volta si fonda sulle cinque proposte del presidente Bashar al-Assad.

Esso prevede: la fine delle violenze sotto il controllo delle Nazioni Unite; il rilascio dei prigionieri; la libera circolazione dei giornalisti stranieri; la libertà di associazione e di manifestazione [2]. Inoltre, il Comunicato evoca, per la transizione dalla guerra alla pace, la creazione di un organo governativo di transizione, composto di comune accordo, la stesura di una nuova Costituzione, e un impegno per la riconciliazione nazionale.

Che cosa è successo da allora? In primo luogo, alcuni dei firmatari del comunicato (gli Stati Uniti, la Francia, il Kuwait, il Qatar, il Regno Unito, la Turchia) hanno mancato alla propria parola e hanno rilanciato la guerra con gli “Amici della Siria” nell’organizzare il trasferimento di centinaia di migliaia di combattenti. In secondo luogo, il “Consiglio nazionale” e gli individui che vi si sono uniti nella “Coalizione nazionale delle forze di opposizione e la rivoluzione” hanno rinviato l’applicazione del Comunicato alla “caduta del regime” e sostenuto il terrorismo. In terzo luogo, la Repubblica araba siriana, l’opposizione armata lealista e gli ex gruppi ribelli hanno cominciato, da soli e contro tutti, l’attuazione del Comunicato e lottano insieme contro il terrorismo.

Così molti prigionieri hanno potuto beneficiare di condoni, centinaia di giornalisti stranieri erano liberi di visitare il paese, i partiti politici si sono potuti sviluppare in base alle loro esigenze. La Repubblica e gruppi ribelli hanno concluso numerosissimi accordi riconciliazione. Il Presidente ha proceduto a un rimpasto di governo per includere i rappresentanti di nuove famiglie politiche all’interno di un governo di unità nazionale coerente con la descrizione che il Comunicato fa di un organo governativo di transizione.

La strada da fare è ancora lunga. Prima sconfiggere il terrorismo -con l’aiuto della CSTO – e l’ideologia totalitaria dei Fratelli Musulmani. Poi finire di completare la Costituzione, procedere a elezioni comunali nel mese di dicembre e a elezioni parlamentari non appena si proclami il cessate il fuoco. Speriamo che stavolta non ci siano ostacoli, che tutti vi partecipino e accettino democraticamente le scelte del popolo sovrano.

Fonte: Retevoltaire.net