Non basta il benessere, lo sviluppo economico. E neppure il potere. L’uomo ha bisogno anche di altro. Ideali, un’armonia non solo materiale, una visione anche trascendente: di sé, degli altri, del proprio territorio. Quando mancano, lo segnala con movimenti, inizialmente sotterranei, che annunciano grandi rivolgimenti, non sempre positivi, a volte terribili.

All’inizio del Novecento la Germania era la maggiore potenza continentale europea. Proprio allora, però, prese forma un movimento contrario a quel modello politico ed economico di esasperato sviluppo industriale e commerciale. Si chiamò: Movimento di riforma della vita (Lebensreform Bewegung), perché metteva in discussione direttamente lo stile di vita della trionfante Germania guglielmina. Che all’epoca era considerato un modello dalla maggior parte dei Paesi d’Europa. Tanto la Germania di Guglielmo II era materialista e industriale, tanto la Riforma della vita fu pacifista, ecologica e molto interessata allo spirito. E anche al corpo, in quanto portatore di forze spirituali. Il nudismo nacque allora (chiamato: cultura del corpo nudo, freikoerperkultur), coi suoi bagni di luce, e il suo motto: «Luce e sole». La nudità come verità: «Corpo nudo non mente», era un altro adagio nudista. Tra gli ispiratori della riforma c’erano figure come l’abate Kneipp, promotore di cure naturali seguite ancora oggi in cliniche e «percorsi» frequentati da chi vuole rimettersi da vite troppo stressanti e impegnative (come la (…)

(…) clinica von Guggenberg di Bressanone, amata da Silvio Berlusconi). O il pittore simbolista Karl Diefenbach, fondatore della comune Himmelhof, vicino a Vienna.

L’ispiratore principale della Lebensreform diventò però soprattutto Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia. Una corrente scientifico-spirituale tuttora fiorente con la sua attività pedagogica (le scuole Waldorf, ormai diffuse in tutto il mondo), le sue associazioni di medici e cliniche, riconosciute in ogni Paese, i gruppi di intervento sulla terra con l’agricoltura biodinamica, anche queste oggi in pieno sviluppo, anche in Italia.

Il movimento di Riforma della vita (che ispirò poi altre aggregazioni), sentì l’urgenza di una trasformazione profonda, personale e collettiva, di fronte a un’opulenza e uno sviluppo vissuti come «malati», senza prospettive vitali, cui i giovani (ma anche gli adulti) dovevano sottrarsi al più presto. Non c’è da stupirsi dunque se i primi luoghi di sviluppo di questo movimento furono centri di cura, case di salute. Come la comunità di Monte Verità, ad Ascona (nel Canton Ticino) che vide tra i suoi ispiratori oltre a Rudolf Steiner, lo scrittore Hermann Hesse, lo studioso delle religioni Karolyi Kerenyi, e gran parte dei pittori e poeti simbolisti. In un’intera generazione apparve una forte spinta verso la ricerca interiore e il silenzio, la fuga dalle città e dai quartieri industriali e la ricerca di ambienti naturali. Alla ricerca di una rigenerazione personale e collettiva.

L’Ottocento industriale, di cui molti di loro avevano visto la fine, era stata l’epoca delle grandi concentrazioni di persone. A cominciare dalle città industriali e dai loro enormi quartieri con (scrisse Herman Hesse nel suo libro su Monte Verità) «corridoi e scale già impregnati dal triste odore della miseria», le enormi scuole, le grandi carceri degli Stati, i primi «manicomi» per i malati mentali. L’europeo, fino ad allora vissuto prevalentemente nelle campagne, o nelle relativamente libere botteghe artigianali, vide con orrore diffondersi i primi luoghi di concentrazione di massa. Fu colpito dal rachitismo (non genetico), malattia dei quartieri industriali causata da insufficiente esposizione alla luce naturale, accompagnata dalla sedentarietà.

Il motto della Riforma della vita fu dunque: «Ritorno alla Natura» (Zurueck zur Natur). I nemici, ben individuati, erano già allora gli aspetti distruttivi di quel «processo di civilizzazione» che la sociologia politicamente corretta del Novecento, con Norbert Elias in testa, portò poi sui tamburi e che distruggeva, come notava invece Thomas Mann, le antiche ricchezze delle culture tradizionali e del loro rapporto col territorio e la natura. Contro il formalismo asettico e mentale della Zivilisation la riforma proponeva un ritorno alla vita naturale che riguardava la difesa del corpo, e dello spirito.

Innanzitutto occorreva difendere la terra dalla quale il corpo dipende direttamente. Sviluppare e perfezionare quindi un’agricoltura ecologica, che mettesse al bando ogni intervento chimico e artificiale sul terreno e le coltivazioni. Bisognava poi rivedere i criteri dell’alimentazione, tornando a dare uno spazio preponderante ai nutrimenti vegetali, sia per rispetto verso gli animali che per la propria salute.

Le raccomandazioni fatte dai medici della Riforma della vita per evitare gli errori e gli eccessi alimentari erano dello stesso tenore delle medicine alternative di oggi: pochi grassi, niente farine bianche (ma integrali, e naturalmente biologiche), niente zuccheri raffinati (alimenti per i quali si erano allora abbassati i prezzi per incrementarne il consumo), e nessuna sostanza o droga. Le terapie dovevano essere a base di elementi naturali, vegetali o minerali, e praticate il più possibile nella natura, che era la vera guaritrice.

La Riforma della vita appoggiava quindi (e cercava di organizzare) modi di vita che realizzassero questi nuovi orientamenti nelle coltivazioni, nell’alimentazione e nei luoghi dove si vive. Caldamente raccomandata fu la costituzione delle «comunità agrarie» che si proponevano di coltivare tutto quanto necessario ai propri consumi.

Per chi non poteva abbandonare completamente le città furono promosse le «città giardino» (Gartenstadt), nuovi quartieri vicini alle città o in periferia, con spazi verdi e scuole proprie. Zone con case unifamiliari e un piccolo giardino, di cui si possono trovare ancora residui (oggi diventati residenze di lusso), in zone ormai quasi centrali delle grandi città.

Luogo strategico, allora come oggi, per la realizzazione di questa Riforma della vita era però l’orto familiare, destinato a mantenere quotidianamente un rapporto concreto con la natura, e a rifornire l’indispensabile frutta e verdura. Questa rivoluzione dell’esistenza, alimentare, residenziale, educativa, spirituale, affettiva si infranse poi nella violenza della Prima guerra mondiale, coi suoi milioni di morti ed i regimi totalitari che nacquero dalle sue ceneri.

Ma non finì lì. Molte delle intuizioni della Riforma della vita e delle sue comunità furono riprese dalle medicine naturali e da altre esperienze esistenziali e spirituali che rimisero in discussione, ancora nel Novecento e dopo, il fascino materialista e tecnologico della società dei consumi. A farlo non fu tanto il ’68, ostaggio della vecchia politica, quanto il movimento giovanile spontaneo dei primi anni ’60, che ebbe nomi diversi nelle varie regioni d’occidente: figli dei fiori, hippies e tanti altri, e vide migliaia di giovani andarsene spontaneamente da casa con pochi soldi e molta musica, alla ricerca di spirito e amore. E Maestri, che per la maggior parte non trovarono.

La ricerca di come difendere la vita continua oggi. Anche i potenti del mondo devono cercare un modo per salvare le risorse naturali da cui dipende l’esistenza di tutti. E l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci informa che il 75 per cento di noi muore perché mangia troppo, male, ogni tipo di porcherie, e non cammina abbastanza.

Fonte: Il Giornale