Riusciremo ancora a pensare? O farà tutto la rete? Queste nuove domande stanno soppiantando la questione (recentissima) se Internet e i suoi fratelli (smartphone, tablet, app e media digitali) ci facciano bene o male.

Fu proprio la plasticità del cervello (fra le maggiori scoperte della fine del Novecento), con la sua capacità di modificarsi a seconda di ciò che facciamo e pensiamo, a ispirare le ricerche su quanto la “rete” ci cambi mente e personalità, e in quale direzione. Semplificata, la questione era: digitando davanti a uno schermo si diventa più intelligenti o più stupidi?

L’opinione più risonante (anche per la potenza di fuoco impiegata dai giganti informatici nel promuovere i loro prodotti), era che si diventa più intelligenti. La smentita più accurata è stata forse quella fornita da Nicholas Carr, un harvardiano che ha verificato la questione appunto attraverso le ricerche delle neuroscienze e le loro mappature di come il cervello si modifichi a seconda di che cosa si fa. Nei suoi lavori (The Shallows, “I superficiali”, sbrigativamente tradotto da Raffaello Cortina con Internet ci rende stupidi?, e The Glass Cage: Automation and Us, cioè La gabbia di vetro. Prigionieri dell’automazione, sempre da Raffaello Cortina), Carr ha fornito dati evidenti, ad esempio su come l’uso costante dei navigatori ci faccia perdere del tutto il vecchio “senso dell’orientamento”, e come guai simili procurino le altre tecnologie comunicative, se non dosate con cura.

A Carr risponde un sociologo belga-canadese, Derrick de Kerckhove, con un libretto veloce (La rete ci renderà stupidi?, edito da Castelvecchi), garbato nel tono di cortese dissenso da Carr, e interessante perché esplicito nell’esporre dove va la rivoluzione informatica. De Kerckhove fu allievo del leggendario Marshall McLuhan, protagonista degli studi sulla comunicazione contemporanea e inventore del motto “il medium è il messaggio”. Il sociologo canadese, pur riconoscendo che nei new media ci sono effetti sia positivi sia negativi, si guarda bene dal contestare la tesi di Carr che l’uso continuo di Internet renda progressivamente incapaci di leggere un libro, e addirittura di ricordarsi di che cosa tratta. Ma, afferma, il problema non è questo. “Carr guarda solo al pensiero”, nota, e quindi si preoccupa che l’utente della rete non sia più capace di un pensiero profondo e personale. Ma la questione è ormai ben più sostanziale. Il fatto è che i nuovi media portati dalla rete stanno provocando, secondo de Kerckhove, una rivoluzione anche nel modo di sentire e di essere delle persone. La tecnologia sta infatti trasformando l’uomo (al massimo) in un “nodo ipertestuale”, un punto di collegamento tra una pagina internet e l’altra.

È proprio il soggetto che cambia, non soltanto il suo modo di pensare. Certo che l’uso continuo della rete probabilmente indebolisce la memoria, come denuncia Carr. Ma oggi è la rete che diventa la memoria. Di tutti. Anzi, come a suo tempo il leggere e scrivere ci liberarono dalla necessità di ricordare tutto, così oggi i nuovi media possono liberarci la mente dalla necessità di pensare, “perché i nostri software lo fanno per noi”. Non si tratta di diventare stupidi, ma di non pensare più. Nel mondo digitale, spiega l’autore, le forme di intelligenza mutano. L’intelligenza artificiale non è più nella mente umana, organica, ma fuori da essa, nella rete. La strategia corretta dunque non consiste più nel cercare di dare “le risposte giuste” (come faceva l’uomo ieri), ma nel porre le domande corrette, per utilizzare bene l’intelligenza della rete. De Kerckhove riconosce che si tratta di un cambiamento epocale, che quindi porterà “qualche problema, come nelle guerre di religione, o l’invenzione della stampa… problemi sempre superati, e anche qui avverrà la stessa cosa”.

Le guerre di religione e la stampa si ebbero però (anche) per affermare e difendere il proprio pensiero. Ma se il pensiero non c’è più, l’uomo diventa allora unicamente l’esecutore del software che pensa in sua vece? L’autore risponde che i lettori via Internet sono comunque dei “grandi editori”, capaci di leggere le diverse immagini e di montarle insieme. Il sapere è distribuito e basta avere l'”Intelligenza connettiva”, la disponibilità a connettersi e a condividere.

E i “contrarian”, quelli che hanno bisogno di stare per conto loro, come Gesù che dopo essere stato in mezzo alla gente deve salire sulla montagna e non vedere più nessuno fino al mattino? Gli “sconnessi”, gli stravaganti ai quali si deve gran parte della storia dell’arte e del pensiero? De Kerckhove non è preoccupato. Del resto, la memoria e l’identità dell'”utente” (così l’autore chiama l’uomo così ridotto nell’epoca della rete) “non risiedono più nel suo corpo, sono state esternalizzate su Internet”, in piattaforme come Twitter o Facebook. Insomma chi non è connesso neppure esiste.

Fonte: Il Giornale