L’approvazione in seconda lettura del disegno di legge di revisione costituzionale è ormai cosa fatta. È soltanto questione di tempo, ma la riforma costituzionale si farà. È per questo che, già ora, Renzi stesso pensa al referendum con il quale i cittadini saranno chiamati a decidere se la modifica della Costituzione merita o meno la loro approvazione. L’art. 138 della Costituzione prevede, infatti, che le leggi di revisione costituzionale sono sottoposte a referendum popolare, quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o 500 mila elettori o cinque Consigli regionali. Come è stato già osservato, Renzi sarà lesto ad intestarsi anche il referendum. Ossia: farà di tutto per convincere gli italiani che l’oggetto del referendum non sia tanto una legge di revisione costituzionale, quanto lui stesso. I cittadini saranno chiamati a giudicare lui e il suo governo, ancor prima che il merito della riforma costituzionale. Questo è il rischio: trasformare un referendum costituzionale in un plebiscito a favore o contro Renzi. Questo è, però, anche il vantaggio, e la vera “posta in gioco”, perché la riforma costituzionale non è che il precipitato di una ancor più profonda “svolta” che Renzi ha impresso all’assetto istituzionale, politico, economico e sociale del nostro Paese. Sarà quindi giusto così: pro o contro Renzi, non c’è alternativa. Per questa ragion al Movimento 5 Stelle spetta, fin da oggi, un compito difficile: quello di cominciare sin d’ora a riunire, organizzare e “coagulare” in Parlamento tutte le opposizioni al governo, per far sì che la richiesta del referendum provenga non dal governo, ma dalla voce dell’opposizione ad esso. Un conto, infatti, è che il referendum si faccia su richiesta di Renzi stesso, come a dire: sono direttamente io che vi chiamo al voto su di me, sono io stesso che vi chiedo di approvare o no quello che ho fatto per voi. Un altro, invece, è che siano le opposizioni a chiamare il popolo alle urne, ad anticipare Renzi per costringerlo ad adeguarsi ad un referendum inevitabile, anziché a far finta di promuoverlo lui stesso. Ma, da solo, il M5S non ha i numeri per promuovere il referendum: 116 parlamentari alla Camera e 36 al Senato non bastano. Occorre, dunque, raggiungere un “accordo di scopo”con le altre opposizioni. E in questo modo il M5S diventerebbe il vero e principale sfidante del governo nel prossimo referendum e in prospettiva nelle prossime elezioni politiche.

Fonte: Il Fatto Quotidiano