Si scrive Egitto, ma si legge Libia. L’attentato di ieri al consolato italiano al Cairo è, come sottolinea il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, un atto intimidatorio nei confronti dell’Italia.Un’Italia che non solo si coordina con l’Egitto del presidente Abdel Fattah Al Sisi per tentare di arginare l’avanzata dello Stato Islamico nella nostra colonia, ma si prepara a guidare la missione dell’Unione Europea per fermare il traffico di uomini in partenza dalla coste libiche. Ecco cinque motivi che fanno pensare ad un attentato studiato per colpire l’asse Roma Cairo.

A) L’Italia dal disinteresse alla prima linea libica

Il governo Renzi si è disinteressato del problema Libia fino alla caduta di Tripoli nelle mani di una coalizione islamista e al successivo insediamento nella zona di Derna del primo avamposto del Califfato. Da quel momento, anche in seguito alle minacce rivolte al nostro paese, il «dossier Libia» passa nelle mani del sottosegretario Marco Minniti – vera eminenza grigia di tutte le questioni più spinose dalla trattativa sui marò a quelle sugli ostaggi – che punta su uno stretto coordinamento con il Cairo

B) Il cruciale rapporto con l’Egitto

La strategia congiunta di Egitto ed Italia per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico in Libia, fermare le manovre dei trafficanti di uomini e spezzare i loro legami con la coalizione islamista al potere a Tripoli, è abbozzata in una lettera riservata firmata da Matteo Renzi e consegnata da Minniti il 19 febbraio scorso al presidente Abdel Fattah Al Sisi. Gli accordi, arrivati dopo la caduta di Sirte nelle mani dello Stato Islamico e la decapitazione di 21 copti egiziani, riguardano la possibilità di una coalizione internazionale per fermare il Califfato e altre politiche di contrasto al terrorismo.

C) L’Egitto e l’Italia bersagli comuni

La legittimazione politico strategica del presidente Al Sisi, considerato un argine all’avanzata dei Fratelli Musulmani e del terrorismo jihadista in Nord Africa e Medio Oriente, posiziona l’Italia al fianco di Egitto ed Emirati Arabi ovvero dei principali antagonisti della coalizione islamista al potere a Tripoli. Una coalizione islamista legata a doppio filo ai Fratelli Muslmani e appoggiata in ambito internazionale da quel Qatar e da quella Turchia che, oltre a rappresentare i nostri principali concorrenti economico commerciali sul fronte libico, mantengono rapporti ambigui sia con i gruppi jihadisti, sia con lo Stato Islamico.

D) Tobruk, l’Egitto e l’euromissione a guida italiana

L’Egitto è il grande «protettore» governo libico in esilio a Tobruk. Guidato dal premier Abdullah Al Thani. Il governo fuggito da Tripoli nell’agosto dello scorso anno è l’unico considerato legittimo dalla comunità internazionale. Un suo sì alla missione a guida italiana contro i trafficanti di uomini è fondamentale per ottenere quel via libera del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che permetterebbe alle navi italiane ed europee di operare all’interno delle acque territoriali libiche. I tentativi di intimidazione all’Italia ed Egitto puntano anche a mettere in forse quella missione.

E) L’Egitto e i trafficanti di uomini

Larga parte del traffico di uomini che convoglia i migranti dai confini meridionali della Libia verso le città costiere di Tripoli e Zwara è nelle mani di milizie jihadiste. Un successo della missione europea metterebbe fine ad un flusso in contanti del valore di centinaia di milioni di euro che garantisce importanti introiti anche alla coalizione islamista di Tripoli. Ma colpire l’asse Roma Cairo significa anche colpire gli accordi che permetteranno alla missione europea di colpire i barconi nascosti nei porti egiziani. Porti dove vengono tenuti al sicuro prima del trasferimento davanti alle spiagge libiche dove vengono prelevati i «carichi umani» in viaggio verso l’Italia.

Fonte: Il Giornale