All’atto, l’espansionismo di Mondadori, ha avuto solo due effetti. Entrambi positivi: 1) acquisendo la Rcs Libri l’ha salvata appena in tempo dall’ormai certo crollo del gruppo 2) ha fatto nascere una Casa editrice indipendente in grado di competere con Mondadori stessa. Detto ciò, assistere alla fondazione de La Nave di Teseo, specie di questi tempi – così brutti, con tutto fermo nel mercato – è stato un bellissimo saltafosso rispetto all’uggia di un mestiere, quello dello scrivere, dove l’avvento d’Internet ha di fatto cancellato il manufatto, l’oggetto in sé chiamato libro. È un mondo disperato disperato e sfigato quello degli scrittori. Ed è stato, quello della digitalizzazione, un po’ come l’invenzione del telaio agli albori della Rivoluzione industriale: una comoda mostruosità chiamata a fabbricare più disoccupati che filati e questa volta, nell’era dei m il l en n ia ls , senza neppure più la ragione sociale in sé denominata editoria. Nel crepare dei giornali, il giornalismo – almeno – resta, mentre nel morire delle librerie non si mantiene in vita un mestiere, anzi, lo si accompagna al camposanto con gli sghignazzi. Ho ancora nelle orecchie il racconto di Nuccio Ordine – una vita passata a erigere monumenti, specie nella Utet – sulla mala fine assegnata alle collane dei classici. Ogni editore, davanti a Cervantes, a Molière o a Confucio dice: “A chi vuoi che interessi?”. Chissà da quanto tempo non esce un titolo nei Millenni di Einaudi, nei Meridiani poi – dopo l’infausta decisione di farne una stampa scadente per le edicole – manca poco e ne fanno uno a Servegnini.

I classici sono come i galenici in farmacia, devono comunque esserci in libreria non fosse altro per quell’uno, tra mille – ma anche tra diecimila – che va a cercarsi Eraclito e fu proprio lui, l’Oscuro, a dire: “Uno per me vale più di diecimila”. E devono esserci le librerie, questo è il punto. Saranno magari ridotte al rango di cabine telefoniche nel mare grande degli smartphone ma la novità della Nave – pur in tempi così brutti – è fatta di bilancio, rischio, mercato e impresa. E c’è un pareggio dei conti proiettato nell’arco di tre anni. Non è certo, la Nave, la liberalissima Einaudi di Giulio figlio di Luigi – attività a fondo perduto, mitica, senz’altro, imprescindibile, certo – più volte prossima al fallimento e più volte ideologicamente salvata. Non è il capriccio di un Napoleone dell’editoria (sempre per restare al divino Giulio che al telefono, ai suoi più stretti collaboratori che chiedevano “Con chi parlo”, rispondeva: “Non riconosci la voce del padrone?”). E non è – la Nave di Teseo – una piritollata giovanilista. È guidata, giusto con due tra i fondatori – Furio Colombo e Umberto Eco – dalla forza della maturità. Solo un povero di spirito, la cui unica sinapsi è il riflesso condizionato, può pensare che la Nave di Teseo sia nata solo perché il proprietario di tutto il resto è Silvio Berlusconi o chi per lui.

Sarebbe successo lo stesso se, al posto del Cavaliere, ci fosse stato Carlo de Benedetti. Autonomia, in questo caso, significa far decidere Elisabetta Sgarbi. E prima, con la Bompiani di prima, solo lei –e con lei gli scrittori – decideva. Non c’è più autonomia, invece, con un manager cui interessa amministrare il tramonto (perché poi, a dirla tutta, questo dei dirigenti tecnici è l’andazzo con cui si sono sfasciate le scuole – senza più presidi ma coi direttori scolastici – o gli ospedali, senza più medici ma con i funzionari della burocrazia per cui un clistere vale come una supposta, o la stessa politica, senza più gli armeggioni ma con la società civile). Solo i fissati abitano i luoghi comuni. E la spiegazione vale per quelli di sinistra, come per quelli di destra. Quel tanto di imbecillità che spetta ai primi e quel tanto di cretinismo che compete ai secondi fa immaginare un esito ideologico ma così non è. La Nave di Teseo è nata per dare una agli scrittori una Casa. Sorge finalmente fuori dalla gara al ribasso del generalismo aziendalista dove perfino un Luigi Pirandello, oggi, non potrebbe trovare posto, e finalmente fuori dalla psicotica estetica dell’impegno che si nega all’immaginazione e alla poetica, cose che nessuno forse mastica più, ma che sanno trovarsi comunque una loro rotta. L’espansionismo di Mondadori, infine, un terzo effetto positivo l’ha avuto. Ed è quello che nello schiattare del libro, come manufatto, la letteratura –e con lei lo spirito critico –almeno una Nave l’ha trovata.

Fonte: Il Fatto Quotidiano