L’avanzata militare di Bashar Assad, dovuta essenzialmente all’intervento della Russia e al sostegno dell’Iran e degli Hezbollah libanesi, e i negoziati di Ginevra mettono ancora una volta sotto i riflettori il più clamoroso errore compiuto dalla politica internazionale negli ultimi anni: pensare che nel 2011 il regime di Damasco potesse cadere in pochi mesi.
Adesso che sono partiti questi improbabili negoziati di pace qualcuno si dovrà ricredere, anche di fronte agli attentati terroristici come quello che ha colpito il mausoleo di Zeynab vicino a Damasco. In primo luogo la Turchia e l’Arabia Saudita che hanno appoggiato i gruppi jihadisti ma anche gli Stati Uniti e la Francia che pensavano di bombardare Assad nel 2013 ritenendo che la sua fine fosse vicina. L’ambasciatore americano in Siria Robert Ford e quello francese il 7 luglio 2011 andarono in visita ad Hama ai ribelli presumendo che il regime barcollasse e fosse opportuno guadagnare credito con l’opposizione.
Eppure si continua nello stesso solco: la Turchia ha messo il veto alla partecipazione alle trattative dei curdi siriani di Rojava, gli eroi di Kobane, e nessuno dice una parola. Le potenze regionali in competizione tra loro – Arabia Saudita, Iran, Turchia – non sono state in grado di risolvere la crisi siriana che è diventata nella nostra aerea il maggiore disastro umanitario dai tempi della seconda guerra mondiale: devono essere Mosca e Washington a spingerli verso una soluzione altrimenti sarà ancora la guerra, non la diplomazia, a risolvere il conflitto. Ma anche Usa e Russia devono risolvere i loro problemi: in Siria cooperano contro l’Isis ma sono anche in competizione.
Mosca intende mantenere in sella Assad fino a quando non ci sarà una soluzione politica, gli Stati Uniti devono salvare la faccia della Turchia, membro della Nato, e dell’Arabia Saudita, pilastro sempre più fragile della politica americana nel Golfo impantanata nella guerra in Yemen.
La via di uscita, forse l’unica percorribile, è simile a quella che mise fine alla Guerra del Golfo tra Iran e Iraq nell’88: un cessate il fuoco che non assegni la vittoria nessuno. È questo il lavoro della diplomazia e che Staffan de Mistura conosce perfettamente avendo studiato la storia e i precedenti. Fu un italiano dell’Onu, Giandomenico Picco, a trattare con le parti e a mettere a punto la risoluzione di tregua nell’88.
Il segretario di Stato americano John Kerry viene a Roma domani per una conferenza sull’Isis e il terrorismo e chiede all’Italia un maggiore impegno nella lotta al Califfato. Il ministro della Difesa francese Le Drian ci avverte che a Lampedusa possono infiltrarsi terroristi: perché non lo sapevamo? Lo aveva già detto l’ex ministro degli Esteri Emma Bonino. Ma all’epoca non pareva proprio che gli europei fossero così attenti a dare una mano all’Italia di fronte alle ondate migratorie. Anzi. E non sembra che l’intelligence francese sia così sveglia a prevenire gli attentati neppure a casa propria.
In realtà Stati Uniti e Francia intendono avere l’Italia sul terreno nel caso di un intervento internazionale, ma per attuarlo occorre un mandato del Consiglio di sicurezza Onu oppure l’invito di un governo libico rappresentativo, che per ora non c’è ancora. Andare in Libia significa esporre l’Italia ad attentati dentro e fuori il territorio nazionale e queste cose i francesi e gli americani le sanno perfettamente. Quanto ai raid aerei contro il Califfato si possono pure fare ma hanno un effetto limitato, e gli esempi nel recente passato non mancano.
Gli errori, preceduti dalla disastrosa invasione dell’Iraq nel 2003, li hanno compiuti proprio gli Stati Uniti e i loro alleati europei e musulmani, scatenandosi contro il regime di Assad e quello di Gheddafi in Libia, senza neppure consultarci. La logica vorrebbe che toccasse a loro rimediare: l’Italia ha pagato e sta pagando con gravi danni economici e ondate di migliaia di profughi nel Mediterraneo. Ci sarà qualcuno che avrà il coraggio di dirglielo?

Fonte: IlSole24Ore