«Senza rimpianti per il passato e senza preoccupazioni per l’avvenire, camminavamo gioiosi su un tappeto di fiori che nascondeva un abisso» scriverà nelle sue memorie il conte Louis-Philippe di Ségur raccontando la Francia aristocratica spazzata via dalla Rivoluzione dell’89.

Di lui, il principe di Ligne aveva osservato come fosse «troppo filosofo in un Paese dove occorrerebbe un esercito per distruggere la filosofia, e troppo uomo di lettere laddove occorrerebbero uomini di Stato», ma forse fu proprio questa vaghezza politica, il non impegnarsi mai a fondo in un’idea, il confinare la propria ambizione nei recinti della recitazione e della scrittura che permise a Ségur di restare a galla come un turacciolo nel mare in cui l’Ancien Régime si inabissò.Avviato a una brillante carriera militare e diplomatica sotto Luigi XVI, si ritroverà ambasciatore straordinario sotto la Rivoluzione, il Consolato lo vedrà consigliere di Stato, Napoleone imperatore lo farà Gran Maestro delle cerimonie, la Restaurazione post-napoleonica lo nominerà senatore… L’incoerenza delle sue posizioni non va ascritta a una debolezza di carattere o a un’alta considerazione di se stesso. Ségur non era un Philippe d’Orleans, che per paura aveva votato «sì» alla condanna a morte del re suo cugino, senza che questo servisse poi a salvargli la pelle. E non era un Talleyrand che nelle sue mille giravolte identificava la propria sopravvivenza con i destini della Francia. Più semplicemente, Ségur apparteneva a una generazione in cui «il retaggio dei valori aristocratici» era entrato in collisione con «la fedeltà alle idee liberali» che sempre più avevano preso vigore, ma senza però misurare realmente quale fosse la posta in gioco.Si illudevano, semplicemente, che bastasse insufflare le seconde in quel sistema ormai rinsecchito, perché questi riprendesse vita e operasse il cambiamento… Nessuno di loro si era mai posto il problema con la lucidità con cui il loro contemporaneo Chamfort, figlio naturale di una dama d’alto lignaggio e di un oscuro canonico, figlio adottivo di un droghiere e di una domestica, sempre e comunque figlio bastardo di una società basata sull’ineguaglianza, lo aveva tratteggiato: «Di che cosa si tratta? Di un contenzioso tra 24 milioni di uomini e 700mila privilegiati… Non vi rendete conto che è assolutamente necessario che un ordine di cose così mostruoso vada cambiato, o che moriremo tutti allo stesso modo, clero, nobiltà, Terzo Stato?… Democrazia! In un paese in cui il popolo non possiede la benché minima parte del potere esecutivo! In un paese in cui anche l’ultimo rappresentante dell’autorità viene ovunque obbedito, e fin troppo spesso in modo abbietto! In cui il potere monarchico ha incontrato ostacoli solo da parte di Corpi di Stato quasi tutti composti da nobili, di vecchia data o recenti! In cui il lusso più sfrenato e la più mostruosa disparità di ricchezze lasceranno sempre una distanza troppo grande tra uomo e uomo!».Quello che però nemmeno Chamfort riusciva a immaginare era la debolezza che si nascondeva dietro «quell’ordine di cose così mostruoso» e la follia che quella debolezza avrebbe generato. Finirà anche lui vittima del Terrore, suicida dopo essere stato denunciato e arrestato… Di fronte alla violenza che veniva dal basso, impotente davanti alla furia giacobina, la più antica nobiltà d’Europa si arrese, come scriverà Taine, per eccesso di gusto: era troppo ben educata per sporcarsi le mani a resistere. La sdegnosità e il rassegnato coraggio con cui molti dei suoi membri si consegnarono al patibolo raggiunse vette surreali, come nel caso del duca di Lauzun, che divise le ostriche del suo ultimo pasto di condannato a morte con il boia incaricato dell’esecuzione: «Mangiate, avete bisogno di energia per il mestiere che fate»…Con la consueta maestria, Benedetta Craveri ci dà in Gli ultimi libertini (Adelphi, pagg. 620, euro 27) un quadro di che cosa fu l’ultimo ventennio che precedette la Rivoluzione, e lo fa nel racconto di chi aveva proprio vent’anni quando l’avvento al trono di Luigi XVI sembrò annunciare un nuovo mondo dove quei «principi della giovinezza» credettero di avanzare al passo con il loro tempo e in perfetta armonia con ciò che li circondava. Dirà ancora il conte di Ségur: «Ci prendevamo gioco delle antiche usanze, dell’orgoglio feudale dei nostri padri e della solennità della loro etichetta pur continuando a godere di tutti i nostri privilegi. Libertà, regalità, aristocrazia, democrazia, pregiudizi, ragione, novità, filosofia, tutto concorreva a rendere i nostri giorni felici e mai risveglio più terribile fu preceduto da un sonno più dolce e da sogni più seducenti».Ai suoi sette, emblematici protagonisti, i già citati Ségur e Lauzun, il duca di Brissac, i conti di Narbonne e di Vaudreil, il cavaliere di Bloufflers, il visconte Joseph-Alexande di Ségur, Benedetta Craveri offre generosamente l’alibi di una «consapevolezza nel vivere la crisi di quella civiltà dell’Antico Regime» che si accoppia all’ambizione, «da veri figli dei Lumi, di avere un ruolo nei grandi cambiamenti che si preparavano». Quello che però emerge chiaramente, di là dalla eloquenza dei modi, la cultura, lo spirito, l’arte della seduzione, insomma «le qualità migliori della loro casta», è «l’incomparabile panache» che li accomunava, ovvero quel misto di sprezzatura e joie de vivre con cui seppero far fronte a ogni rovescio di fortuna. Se Louis-Philippe de Ségur, come abbiamo visto, sopravvisse a tutto, di Brissac ci lasciò la vita, come già raccontato per Lauzun, e tutti gli altri conobbero l’emigrazione e l’esilio. Alla fine del loro lungo periplo fra Rivoluzione e Restaurazione si ritrovarono ancora e sempre tra le fila di quell’assolutismo regio che tanto avevano contribuito a minare. Effimero, ormai, ma in cui comunque, e nonostante tutto, non potevano che rispecchiarsi.

Fonte: Il Giornale