Quello in Iraq non è soltanto un viaggio nella guerra contro l’Isis ma anche tra i regni, le civiltà e le religioni perdute del Medio Oriente di cui il Califfato ha voluto cancellare le tracce rimaste, sia umane e spirituali che materiali. Ma dobbiamo dirlo subito: sono quasi tre decenni che l’Iraq è il bersaglio di un saccheggio continuo della sua storia e della sua memoria. L’esercito iracheno, impegnato nell’assedio del Califfato a Mosul, ha annunciato la liberazione di Nimrud, l’antica Kalhu, un evento altamente simbolico perché la città assira era stata devastata dai jihadisti. Il video diffuso l’anno scorso dall’Isis, che mostrava la distruzione con l’esplosivo delle antiche mura di Ninive e dei leoni assiri di Nimrud, fa ritenere che diversamente da Palmira ci troveremo di fronte a un sito archeologico e a un patrimonio dell’umanità largamente distrutto. Viaggiando in questi giorni in Iraq tra Mosul, Hammam Alil, Bashiqa, appariva evidente che uno degli obiettivi dei jihadisti in questi due anni di occupazione è stato quello di eliminare tutto quello che ha preceduto l’arrivo dell’islam nella terra dei due Fiumi. Non solo: i seguaci del Califfato hanno voluto dare una versione della storia islamica delle origini assoluta e intollerante: al contrario l’espansione dell’islam richiese molti più compromessi con le altre religioni di quanti si voglia ammettere. Nel 2014 le milizie del Califfato presero il controllo del Sinjar e della Piana di Ninive, aree dell’Iraq settentrionale caratterizzate da una grande varietà culturale e religiosa, perpetrando massacri e stupri ai danni degli abitanti yazidi e cristiani della regione. Più di un terzo di queste popolazioni oggi è costituito da profughi e le funzioni religiosi celebrate in questi giorni nelle città riconquistate dalla gerarchie cristiane appaiono come un tentativo quasi disperato ma determinato di riportare in vita una società irachena che i jihadisti hanno voluto frantumare.

I jihadisti si sono accaniti contro il popolo iracheno ma anche contro i monumenti, dalle chiese e quel patrimonio archeologico antichissimo, testimone di una storia millenaria, che faceva dell’Iraq una sorta di museo a cielo aperto. Dove ben inteso non tutto era rimasto come appariva in origine: ai tempi di Saddam Hussein Babilonia, Al Hillal venne ricostruita come una sorta di Luna Park dell’antichità, e anche gli ingressi di Ninive e Nimrud erano stati rifatti per dare loro un’aria più solenne e monumentale. Saddam Hussein utilizzava gli antichi retaggi del Paese come un collante del suo iper-nazionalismo, una sorta di concezione arabo-mesopotamica dell’Iraq in cui lui doveva apparire la guida incontrastata. Nel 1990, in occasione del suo compleanno, fece assistere i media stranieri a una celebrazione con gruppi di comparse in abiti assiri e babilonesi mentre un pannello mostrava un Saddam infante che si dondolava in una culla sulle paludi, un riferimento al mito della nascita dell’imperatore Sargon. Il tutto mentre il raìs si preparava, in un Paese sotto embargo e prostrato, alla costruzione di circa 70 palazzi come residenze personali, circondati da giardini, fontane e laghi dove venivano convogliate le acque del Tigri e dell’Eufrate. La follia irachena odierna ha purtroppo solidi precedenti.

L’Iraq negli ultimi decenni è stato saccheggiato tre volte in maniera massiccia. La prima accadde nella primavera del 1991, quando dopo la sconfitta nella guerra del Golfo seguita all’occupazione irachena del Kuwait nel ’90, ci fu a nord la rivolta contro il regime baathista dei curdi e a sud quella degli sciiti. Si verificarono allora vaste razzie di edifici pubblici e di alcuni musei in varie città del Paese. I reperti archeologici arrivarono quasi subito sui mercati internazionali e si potevano acquistare anche nella vicina Amman, la capitale della Giordania. Poi venne la guerra del 2003, con l’invasione americana: il saccheggio del Museo e della Biblioteca cominciò già fin da martedì 8 aprile, quando ancora si combatteva dentro la capitale, e proseguì nei giorni successivi mentre le truppe americane assistevano allo scempio senza intervenire. Ancora oggi su quella tragedia per la cultura internazionale ci sono molti interrogativi irrisolti e ambiguità da chiarire. Poi è arrivato il Califfato nel 2014 che in Iraq e in Siria non ha soltanto distrutto ma ha anche avviato un fiorente traffico di reperti per rimpinguare la casse dello Stato Islamico, con un giro d’affari complessivo valutato dall’Unesco nel 2015 di 250 milioni di dollari, un commercio illegale in cui il territorio turco avrebbe svolto un ruolo cruciale nel contrabbando dei reperti archeologici trafugati nei territori controllati dal Califfato. In uno dei palazzi di Nimrud, 30 chilometri a Sud di Mosul, gli archeologi nel 1989 trovarono la famosa “Monna Lisa”, un busto di donna dal sorriso enigmatico come la celeberrima Gioconda leonardesca. Nel tempo si è salvata dai saccheggi soltanto perché qualcuno con una certa previdenza la nascose in un forziere sotterraneo di Baghdad. Quell’ indecifrabile e forse amaro sorriso della Monna Lisa assira è arrivato a noi come un monito sul fragile destino degli uomini e della loro civiltà.

Fonte: IlSole24Ore