Fino a qualche settimana fa era uno dei lager dello Stato Islamico. Uno dei tanti luoghi dell’orrore dove, tra processi sommari e decapitazioni il Califfato imponeva le proprie leggi spietate. Da quando l’esercito siriano l’ha liberata è diventata il laboratorio in cui studiare la follia criminale di questo gruppo terrorista.

Siamo 26 chilometri a est di Aleppo. Raqqa, la capitale dello Stato islamico è solo 150 chilometri davanti a noi. Fino a metà febbraio i territori del terrore nero s’estendevano fino a questa distesa di rovine. Per capirlo basta guardare le indicazioni che costeggiano l’autostrada scarnificata dalle bombe d’aereo e mortaio.

Le uniche segnalazioni risparmiate dalle schegge e dalle raffiche di kalashnikov sono le lugubri riproduzioni in versione autostradale della bandiera dell’Isis. Enormi cartelloni neri con la chiamata alla fede in Allah iscritta in un candido circolo bianco e, una riga più sotto, il richiamo al Profeta. Un modo come un altro per dire “qui ci siamo noi”, “qui incomincia il nostro mondo”. O meglio “qui c’eravamo noi” e questo “era il nostro mondo” visto che ora le posizioni più vicine dell’Isis sono almeno una decina di chilometri più avanti.

Qui l’avanzata dell’esercito siriano, catapultato in avanti dalle bombe dello Zar Putin, ha tagliato i tentacoli di un califfato pronto a strangolare la periferia di Aleppo. Ma non ne ha cancellato la memoria. Per capirlo basta puntare verso le ciminiere
bianche e rosse della centrale elettrica di Kuweyres, varcare l’arco d’ingresso, parlare con dirigenti ed operai.

“Qui prima hanno distrutto tutto poi hanno cercato d’imporre la propria legge. Sulle prime – racconta Hussein Sultan responsabile tecnico della centrale – hanno cercato di farci credere che avrebbero continuato a mandare avanti lo stabilimento come prima. Ma ben presto hanno incominciato a distruggere tutto e a tagliare la corrente ad Aleppo e alle zone
circostanti. Subito dopo – hanno trasformato la centrale elettrica in un campo di concentramento. Qui – eravamo gli schiavi dello Stato Islamico, le sue vittime ed i suoi burattini. Ogni giorno qualcuno di loro poteva decidere se tenerci in vita o ucciderci. Ogni giorno poteva essere l’ultimo”.

Un operaio della centrale ricorda ancora l’esecuzione di un suo conoscente accusato di collaborare con il governo. “Qui dentro lavorava un dipendente della dogana, si chiamava Kemal Alì Osman. La sua unica colpa era quella di lavorare per lo
Stato. Noi gliel’abbiamo spiegato, ma quelli non hanno voluto sentir ragione. L’hanno processato, l’hanno condannato a morte e l’hanno decapitato con un colpo di spada davanti a tutti”.

Quante siano state le vittime di questi processi sommari all’ombra di piloni e generatori non te lo sa dire nessuno. Qualcuno sostiene una cinquantina considerando anche gli abitanti dei villaggi vicini ammazzati dentro lo stabilimento. Qualcun’altro – come Mohammed Ein Hammoud – parla di qualche decina di vittime, alcune sgozzate, altre eliminate con un semplice colpo alla nuca.

Di certo le scuse per istituire processi ed esecuzioni sommarie non mancavano. Nel vialone il vento trascina centinaia di volantini con le immagini e i simboli dell’incubo appena trascorso. Hussein Sultan te ne allunga uno. In alto, sotto il simbolo dell’Isis sono stilizzate una chioma, un sopracciglio femminile ed un paio di forbici cancellate da una croce. Poi più sotto, giustificata da una paginata di citazioni di Maometto e del Corano il decreto. “Sia rifiutata dal Signore colei che si rifà ciglia e capelli”.

Chi non prestava attenzione a disposizioni come queste, distribuite quotidianamente dai nuovi signori della centrale, rischiava di ritrovarsi nella stanza del peccato. A vederla oggi è solo un ufficio ricoperto di vestiti smessi. “Qui le donne che venivano a lavorare dovevano abbandonare gli indumenti indecenti e ricoprirsi da testa a piedi…altrimenti erano frustate. E per prenderle – ricorda Hussein – bastava qualche ricamo o decorazione di troppo su quelle tuniche nere che piacciono tanto a loro”.

Fonte: Il Giornale