La sospensione dei negoziati sulla Siria non è una sorpresa ma una sceneggiata con un copione già scritto: in questa fase del conflitto a prevalere come possibile soluzione è la guerra, non la diplomazia. Le stesse premesse del negoziato facevano intravedere un fallimento: a Ginevra mancavano fazioni importanti, come quelle di curdi siriani, una forza militare sul terreno determinante, mentre il comitato sunnita che si era formato a Riad non aveva in realtà nessuna mandato a negoziare. Inoltre le opposizioni insistono a chiedere sempre un’uscita di scena di Bashar Assad che al momento è del tutto improbabile perché non la vogliono né l’Iran suo storico alleato, e tanto meno la Russia che con il suo ingresso in campo il 30 settembre scorso ha cambiato il corso del conflitto.
Ben poco poteva fare l’inviato dell’Onu Staffan de Mistura se non dichiarare onestamente che non ci sono “alibi”.
Di più certamente possono fare gli Stati Uniti e la Russia che per il momento però preferiscono che la guerra continui fino almeno all’esaurimento delle forze in campo, soprattutto quelle jihadiste in difficoltà sotto l’offensiva sostenuta da Mosca. Il segretario di Stato John Kerry e il suo collega russo Ivan Lavrov si sono detti “rammaricati per la sospensione temporanea” del dialogo sapendo perfettamente che questo doveva essere l’esito dei colloqui.
Ognuno qui recita la sua parte. La Russia quella del martello dell’opposizione siriana, gli Stati Uniti dell’incudine dove ridimensionare la presenza jihadista fino a quando i suoi alleati, la Turchia e l’Arabia Saudita, non troveranno alternative presentabili. E fin qui c’è la parte in un cui Mosca e Washington stanno cooperando. Quella in cui sono in concorrenza è l’obiettivo finale: i russi puntano a un consolidamento di Assad per poi discuterne la sorte, gli americani vorrebbero che dalla sempre più sanguinosa partita del Siraq nessuno uscisse vincitore.
La sorte dei siriani appare sempre più in bilico perché ormai sono diventati lo strumento di una questione internazionale che travalica il Medio Oriente e investe tutte le grandi potenze. L’emergenza umanitaria e dei profughi, affrontata oggi dai donatori a Londra, è diventata l’occasione per Libano, Giordania, Turchia, per raggranellare finanziamenti: del resto ospitano milioni di siriani da tenere lontani da un’Europa in coma per le ondate migratorie. Si paga per evitare che la guerra entri nella casa europea sapendo che continuerà ancora per anni. Ma si paga anche per una guerra al Califfato dove vorremmo che noi non fossimo mai le vittime ma solo i beneficiari dei dividendi di un’eventuale pace con ricostruzione annessa. Anche per questo le dichiarazioni dei leader occidentali, in apparenza così chiare e salde sotto il profilo etico e morale, sono in realtà ambigue e inaffidabili.

Fonte: IlSole24Ore