Nell’indifferenza quasi generale (compresa quella dei diretti interessati, che sono andati a votare nella modesta misura del 53%), si sono svolte pochi giorni fa le elezioni politiche in Croazia, dopo la Slovenia il secondo Paese dell’ex Jugoslavia a entrare (1 luglio 2013) nell’Unione Europea. Ha vinto la destra nazionalista e conservatrice dell’Hdz di Andrej Plenkovic, hanno perso i socialdemocratici di Zoran Malinovic (che si è dimesso) e decisiva per un Governo di coalizione sarà la terza forza, il partito Most, guidato dall’uomo d’affari canadese Tihomir Oreskovic, che parla a stento il croato. Più che probabile la replica del Governo di coalizione nazionalisti-Most nato dopo cinque anni di tenuta socialdemocratica, guidato da Oreskovic, durato sei mesi e sprofondato tra accuse di inefficienza e corruzione.

Sulla Croazia si erano appuntate molte delle speranze dell’epoca del Grande Allargamento a Est della Ue. Basta leggere quanto ancor oggi è scritto nei siti ufficiali dell’Unione: “La Croazia vanta… un’amministrazione pubblica più trasparente ed efficiente… L’adesione della Croazia… porta stabilità politica ed economica in una regione che fino a pochi anni fa era teatro di guerra… Da sempre i cittadini croati si sentono europei”. La realtà è ovviamente meno rosea e oggi la Croazia, con la disoccupazione al 20% (40% tra i giovani) e il debito pubblico al 90% del Prodotto Interno Lordo, è uno dei tanti malati d’Europa. Una volta raggiunto il porto sicuro dei fondi Ue, la politica croata ha rapidamente messo da parte i buoni propositi europeisti. E come in tutti i Paesi europei in crisi, si è rivolta agli umori nazionalisti. Dal cervello alle viscere, insomma. Con la differenza che qui siamo nei Balcani, dove le viscere sono particolarmente esposte. E quelle croate, con l’eterno scontro con i serbi, prima prima con la guerra tra fascisti nazionalisti e comunisti federalisti tra il 1941 e il 1945, poi con la guerra i di indipendenza croata tra il 1991 e il 1995, non sono certo meno esposte di altre.

Sia i nazionalisti sia i socialdemocratici croati, negli ultimi tempi, hanno giocato la carta anti-serba. Un po’ perché, come capita anche altrove, un nemico esterno serve sempre per mascherare le difficoltà interne e non rispondere alle critiche. Un po’ per contrastare la marcia di avvicinamento della Serbia, guidata dal giovane e dinamico premier Aleksandar Vucic (che a sua volta, ai tempi della guerra nel Kosovo, come ministro dell’Informazione era sulla lista nera e non poteva entrare nella Ue) all’Unione Europea. E un po’ perché appena al di là del confine la Repubblica serba di Bosnia-Herzegovina tiene accesa la miccia di un referendum autonomista che, se davvero si svolgesse, riaccenderebbe molte delle fiamme che hanno devastato la regione nel passato remoto e prossimo. Tante ferite, su cui si sparge il sale aggiuntivo del legame storico tra Russia e Serbia e dei quattrini che il Cremlino investe nell’ancor più filorussa Repubblica serba di Bosnia, a confronto con l’altrettanto storico legame tra la Croazia e gli Usa, fatta di cooperazione militare ma anche di una reciproca (negli Usa vive una delle più folte comunità croate del mondo, 1,3 milioni di persone, e i presidenti Clinton e Bush sono andati spesso in visita a Zagabria) e approfondita conoscenza. Sono fermenti insidiosi. Potranno diventare minacce? Cresceranno così tanto da mettere a rischio il castello balcanico costruito con la politica Usa di “esportazione della democrazia” lanciata subito dopo il crollo del Muro di Berlino da George Bush senior, di cui l’allargamento a Est della Ue fu l’indispensabile e inevitabile annesso? L’andamento economico positivo prima della crisi del 2008 e i 30 mila tra soldati e poliziotti stranieri presenti nella regione avevano surgelato tensioni e rancori. Ma domani? Dopo domani?

Per ora i protagonisti abbondano in retorica. Approfittano della debolezza della Ue (che per esempio chiede, ma non esige, riforme economiche impegnative in Croazia) per dar sfogo alle reciproche frustrazioni. Ma non sarebbe la prima volta, soprattutto da queste parti, che personaggi mediocri riescono a scatenare tragedie assai più grandi di loro. Quella da non perdere d’occhio, in questo mare di umori agganciati al passato, è la variabile nuova chiamata islam radicale. Dopo gli accordi di Dayton del 1995, la penetrazione del wahabismo, spinta dai miliardi di petro-dollari delle monarchie del Golfo Persico, si è fatta sempre più intensa. Centinaia di moschee e di scuole coraniche sono spuntate in Kosovo (il Paese d’Europa che ha dato all’Isis la maggiore percentuale di foreign fighters rispetto alla popolazione), in Bosnia (a Sarajevo è sorta la più grande moschea dei Balcani, intitolata a re Fahd dell’Arabia Saudita) e anche in Albania. Alla crisi economica, al revanscismo serbo e ai nazionalismi di ogni risma rischia così di affiancarsi un ulteriore elemento di destabilizzazione: l’orgoglio neo-islamico.

In Croazia, poi, si sta affacciando un personaggio dai toni vecchi ma dall’identità nuova. Si chiama Zlatko Hasanbegovic, è stato per sei mesi ministro della Cultura nel Governo Oreskovic. Storico di formazione, noto per le simpatie più o meno giovanili per gli ustascia, Hasanbegovi è un convinto negatore del ruolo dell’antifascismo che, ripete a ogni occasione, “non è mai nominato nella Costituzione della Croazia”. Al contrario: “La guerra d’indipendenza della Croazia (quella del 1991-1995, n.d.r) è l’unica guerra del XX° secolo da cui i croati sono usciti vincitori e dovrebbe essere l’unica base su cui costruire il Paese”. Rampollo di una ricca famiglia di industriali il cui capostipite, Sabrija Prohic, fu fucilato dai comunisti titini con accuse pretestuose, Hasanbegovic è musulmano ed è uno studioso dell’islam nei territori dell’ex Jugoslavia, oltre che del ruolo dei musulmani durante la seconda guerra mondiale. È anche membro del comitato esecutivo della comunità islamica di Zagabria e dei comitati direttivi di numerose organizzazioni dedite alla commemorazione delle vittime del comunismo. Vale la pena tenerlo d’occhio. Non solo perché è un politico rampante ma soprattutto perché è un prototipo d’uomo: attivista islamico, nazionalista e (dicono molti, dal Centro Simon Wiesenthal all’Associazione dei giornalisti croati) fascista. C’è questo nel futuro dell’ex Jugoslavia?

Fonte: Linkiesta.it