A quasi 90 anni Ennio Morricone ha fatto i bagagli, preso un aereo, atterrato negli Stati Uniti, indossato l’abito da sera e ritirato l’Oscar per le musiche dell’ultimo film di Quentin Tarantino. Aveva già avuto un Oscar alla carriera, ma è così Ennio rottama i bulletti, evidente che della carriera Morricone se ne frega. I conti con lui non li fa l’anagrafe, ma lo spirito. Invecchiare, lo sappiamo tutti, non è gradevole e non piace a nessuno, eppure non aveva torto Moravia, un altro «grande vecchio», quando sosteneva che «la vecchiaia non esiste, esistono le malattie della vecchiaia». Era una risposta diplomatica alla sentenza di Terenzio, Senectus ipsa est morbus e in fondo un modo di esorcizzarla. Siamo impastati di illusioni e senza di esse tanto varrebbe morire prima del tempo. È anche per questo che il mondo è pieno di giovani-vecchi, già defunti senza essere stati sotterrati. Nella lotta per la vita, le generazioni che arrivano premono per scalzare quelle che c’erano prima di loro.

Vorrebbero si togliessero dalle scatole, le accompagnerebbero, con dolcezza, ma se è il caso anche con violenza, al cronicario. Probabilmente è sempre stato così, ma il Novecento e la modernità hanno dato il colpo di grazia a quel complesso sistema di valori nel quale le età diverse si assoggettavano a un cursus honorum che ne sanciva liceità e doveri. L’idea assoluta del progresso ha fatto il resto, azzerando tutto nell’eterno presente di chi non sopporta ciò che lo ha preceduto e ancora lo precede. E però, come ammoniva Nabokov, «il futuro è un ciarlatano alla corte di Cronos». Anche questo spiega perché siamo un Paese vecchio popolato di finti giovani, uno strano miscuglio dove il giovanilismo d’accatto e il bullismo senile (esiste anche questo) si tengono stretti, sorvegliandosi a vicenda, il vizio sottobraccio al crimine… La retorica del primo è messa al servizio di un ipotetico repulisti politico, economico, sociale. Il cinismo del secondo garantisce le regole di una cooptazione e/o spartizione dove la gestione del potere resta l’unico orizzonte possibile, senza un’idea, un progetto, un destino che la innervi, la proietti e la riscatti. Dietro al «chiodo» che Matteo Renzi inalbera nelle sue libere uscite da quarantenne in carriera s’intravede la papalina e il pizzetto ingrigito del suo sessantenne genitore, due facce di un’identica medaglia, il ritratto di Dorian Gray, più glamorous, nel suo scimmiottamento inglese, del gattopardesco e sudista principe di Salina… Modernizzare, svecchiare, rottamare sono gli idoli e le parole d’ordine che concorrono a disegnare, assieme al trionfalismo sulla nostra grandezza e unicità, il conformismo di una nazione in coma la cui massima ambizione politica è essere scambiata per un albergo di lusso, un popolo di camerieri al servizio della bellezza.

Il culto infantile per una modernità confusa con i gadget della tecnica completa il quadro e ne caratterizza la visione politica. È la tragedia dell’uomo ridicolo, ed essendo noi la patria della commedia dell’arte, è solo questo a salvarci da tinte più corrusche. Per non intristirci troppo, giovanilismo e giovanilese stanno alla giovinezza come il Totò-principe di Casador di Miseria e nobiltà stava alla aristocrazia: «Basta, basta, basta! Egregio signore, noi in data odierna ci siamo degnati di venire in questa misera casa al cospetto di lei, che, in fondo, sebbene danaroso, è un disgraziato… Obbrobrio… Sedianci… Ostregheta… Questa contessa sbalia tutti i coniomi…». Con la sua arte e la sua grandezza senza tempo, Morricone ci ricorda che vecchiaia e morte sono solo illusioni della dimenticanza, raccontano di quello junghiano «daimon ardente che talvolta mi rende maledettamente difficile mantenere la coscienza di essere mortale», sono la risposta più bella all’infantilismo come malattia senile delle nuove generazioni al potere, ci spiegano che il tempo è un accidente e la giovinezza non un dato anagrafico, ma uno stato di tensione, l’estate invincibile che esiste sempre nelle profondità del nostro inverno di esseri umani.

Fonte: Il Giornale