In Italia, più si va avanti e più si diventa reazionari e Mia madre di Nanni Moretti, presentato ieri a Cannes fra gli applausi convinti della critica e le lacrime di commozione del regista, ne è la conferma.

Ha ragione lui a dire che all’estero i suoi film «sono visti senza interferenze che mi riguardino, siano esse le mie scelte politiche o l’essere simpatico o antipatico», ma l’Italia è un’altra cosa, è il suo Paese, e Nanni finora ci è stato immerso sino al collo. È stato autarchicamente impegnato, spregiatore delle commedie di Sordi, teorico di una sinistra diversa e avversario di una destra nuova berlusconiana, regista della fine del Pci e della sua rinascita sotto altro nome, ha prestato il suo volto come metafora e disvelamento del Cavaliere nero per eccellenza, Il Caimano distruttore… Eppure adesso, nel fare i conti con se stesso, a restare è paradossalmente non ciò che ha vissuto, ma ciò che c’era prima: la solidità borghese di una madre insegnante e ben coltivata, da giovane non compresa o, peggio, sottovalutata; le testimonianze di chi le ha voluto bene e che raccontano un tessuto sociale in cui ancora, da alunni divenuti grandi, si andava a trovare il professore che ci aveva insegnato a crescere; gli scaffali con i libri ordinati; le fatture nelle cartelline con la voce «spese domestiche». In breve il decoro, la sobrietà e la pienezza di esistenze semplici occupate a fare bene il proprio dovere. Non è un caso che nel film Moretti si ritagli la parte di quel figlio, Giovanni, che per assistere alla madre si licenzia. Ha già dato, ha fatto quel poco o tanto che poteva, il futuro sta nel rendere omaggio al passato che gli ha permesso di essere ciò che è, ma su cui prima non si era mai soffermato. Il domani, per lui, è nel ricordo.

Dice Margherita, l’alter ego morettiano del film (Margherita Buy): «Ma perché continuo a ripetere le stesse cose da anni? Tutti pensano che sia capace di comprendere ciò che succede, di interpretare la realtà, ma io non comprendo più niente». È non tanto una confessione di impotenza, ma la constatazione di un fallimento generazionale che nevrosi, nervosismo, difficoltà di adattamento rendono più evidente. L’Italia è cambiata, a occhio è cambiata in peggio, e la generazione dei cinquanta-sessantenni non se ne è nemmeno accorta, tanto era impegnata a criticare senza mai costruire. Si ritrova di colpo rottamata per età, nella condizione di quei «vecchi» da lei così detestati nell’idea di una giovinezza che le sembrava eterna. Nell’Italia di Renzi per quelli come Moretti non c’è posto, e lui del resto un posto non lo vorrebbe: non la capisce, non gli piace e soprattutto non lo interessa.

Rimane il cinema, naturalmente. «Il suo compito – dice Moretti – è fare buoni film, innovativi. Non esistono argomenti privilegiati, di serie A o di serie B. Quello che vedo, parlo del clima che lo circonda, non delle singole eccezioni, il fatto per esempio che qui a Cannes ci siano tre pellicole nazionali di livello, è però un clima distratto. Non c’è interesse nei suoi confronti, né come fenomeno industriale né come fenomeno artistico». Certo, il suo è sempre più un atteggiamento disincantato, di cui il film nel film che compone Mia madre , le riprese in una fabbrica occupata, è la spia di un sentimento di inutilità, la presa in giro di un cliché che non risparmia nemmeno le nevrosi del suo autore: gli attori che debbono recitare a fianco del personaggio, il cameraman che dovrebbe decidere se stare dalla parte del poliziotto o dell’operaio, gli stessi operai che non assomigliano più alla classe operaia di una volta…

Se in La stanza del figlio , Palma d’oro nel 2001, Moretti esorcizzava una paura, qui parla di un’esperienza che molti conoscono. «La morte di una madre è una tappa importante della vita e volevo renderla senza sadismo nei confronti del pubblico. In Mia madre c’è come tempo dominante quello dello stato emotivo della protagonista. Problemi, ricordi, sogni, vari livelli di fantasia, realtà… Mi piaceva l’idea che vedendo una scena lo spettatore non comprendesse subito se si trattava di un fatto reale o immaginato». In un momento del film, l’anziano studente tornato a trovare la sua insegnante d’un tempo, racconta ai figli di quando lei, scusandosi con la classe, si era messa a ballare. «Ho sempre voluto ballare» dice Moretti in Caro diario e anche in Mia madre c’è un momento di danza, affidato però all’istrionismo del bravo e autoironico John Turturro. Saper ballare, nella testa di Moretti, vuol dire aver vissuto bene e essersi fatti amare. La generazione dei padri e delle madri ne fu capace, la sua, che è poi la mia, è rimasta a guardare.

Fonte: Il Giornale