Prevenzione e ricostruzione. Sono queste le parole che più frequentemente ricorrono davanti allo strazio di tanti paesi, chiese e palazzi. L’immagine più singolare è quella delle suore che scappano dal convento in rovina, tutte perfettamente vestite, senza l’umiliazione di doverne uscire in mutande (erano le 8 del mattino) e senza il decoro dei loro abiti monacali, e che si fermano in quella piazza di Norcia, davanti alla basilica abbattuta di San Benedetto, per pregare. Pregare per cosa? E per chiedere quale grazia, quando tutto è perduto, anche il santuario, che doveva accogliere e confortare le nostre anime peccatrici? La Chiesa deve proteggere noi, nella sua maestosa concezione, non noi la Chiesa. È una enunciazione, non un paradosso. La Chiesa ci ha sempre chiesto di pregare, di rendere grazia a Dio. E perché ora dovremmo ringraziare Dio? È difficile comprendere di cosa ci deve punire e perché lascia distruggere anche solo le cose, visto che questa volta gli uomini sono sopravvissuti. Dio davanti a quelle povere chiese, a quelle edicole, a quei santuari, può apparire un sadico. Eppure le chiese sono piene di ex voto dove si mostra riconoscenza a Dio per quello che ha fatto agli uomini, per miracoli e per guarigioni, per le grazie ricevute. Le chiese sono le case di Dio, e ora è Dio a essere senza casa. È Dio che ha dimenticato di proteggere gli uomini. Perché? Perché non sono stati abbastanza devoti? E che cosa doveva fare, per onorarlo, il fedele disperso in un piccolo paese della Val Nerina? Nella solitudine e nella malinconia per alcuni, nella vita riparata senza tentazioni e peccato, per altri. Dunque c’è qualcosa d’incomprensibile, di tragico, di metafisico. E se Dio non esiste, se Dio non è colpevole, c’è la natura, la natura «matrigna» evocata da Leopardi, marchigiano che descrive la forza incontrastabile del vulcano, dello Sterminator Vesevo e che oggi potrebbe parlare del terremoto a Camerino, a San Severino.  Anche nella sua Recanati. E dunque: Natura matrigna, sempre umiliato l’uomo, vittima incolpevole e costretto a pentirsi, soprattutto di quello che non ha fatto. Deus sive natura. Ma in realtà anche le cose di Dio sono gli uomini a costruirle. E non sempre l’uomo gode del favore o della protezione della Natura. Costruisce in luoghi sbagliati ed è costretto a ricostruire. Arrivano le guerre e cadono gli edifici. La laboriosa creatività dell’uomo ha lasciato testimonianze ovunque, e densissime in Italia.

Molti monumenti sono integri, ben conservati, restaurati, ma molte sono integrità riproposte, finzioni teatrali, per lo stratificarsi di stili diversi nei secoli, o distruzioni e rifacimenti per i mutamenti del gusto. Ogni chiesa è un palinsesto di molte epoche. Nella prima metà del secolo scorso, per recuperare stili originali, gli architetti restauratori sbaroccavano le chiese. Raffaello dipinge i suoi affreschi nelle Stanze vaticane sopra quelli picchettati e coperti di Piero della Francesca. Palladio edifica la sua mirabile Basilica rivestendo e occultando un edificio gotico simile a Palazzo della Ragione a Padova. In Sicilia, addirittura, un tempio greco del V secolo diventa la cattedrale della città, chiudendo gli spazi fra colonna e colonna. Il campanile di San Marco a Venezia, caduto nel 1908, fu ricostruito qualche anno dopo, com’era e dov’era. Non diversamente, dopo i due dolosi incendi, il Teatro La Fenice, sempre a Venezia, e il Teatro Petruzzelli a Bari. Perfetta la ricostruzione in stile, dopo la prima Guerra mondiale, del ponte di Castelvecchio a Verona. Ma, tra manutenzione e rifacimenti, sono relativamente recenti anche i ponti coperti di Pavia e Bassano. Il medievale Castello Sforzesco di Milano fu ricostruito tra fine ‘800 e inizio del ‘900 da Luca Beltrami. La ricostruzione ha una forma di umiltà e di ossequio alla Storia, quasi sempre più felice che non l’innovazione architettonica, spesso nata dalla distruzione di edifici preesistenti, più violenta del terremoto, ad opera dell’uomo. È con l’affermazione di una cultura storicista, a partire dalla seconda metà dell’800, che la ricostruzione ci restituisce l’integrità di centri storici feriti. Il suo valore è più certo e sicuro di quello della prevenzione, sempre invocata, più che per amore, per contrapposizioni politiche, o per accusare i governi di errori di omissioni che si potevano evitare. E che spesso lo meritano quando immaginano il progresso con moderne strutture a detrimento della manutenzione e della conservazione di quelle esistenti. La facciata di Santa Maria del Fiore a Firenze, in perfetto accordo con il campanile di Giotto, risale al 1887, su disegno di Emilio De Fabris.

Quanti sono in grado di riconoscere un edificio integro da uno restaurato o ricostruito? Il presidente del Consiglio si è impegnato a trovare nel bilancio dello Stato tutti i finanziamenti necessari per restituire tutti i paesi feriti o distrutti alla loro integrità, riconoscendone l’anima, il cuore ferito. Se ciò accadrà, potrà migliorarli, liberandoli dalle squalificanti edificazioni moderne che hanno sconvolto molti borghi e anche città, nella seconda metà del ‘900. Potrà restituire armonia e decoro. Potrà operare una ricostruzione selezionata. Il modello esiste, ed è stato indicato da Daniele Kihlgren, in un borgo abbandonato, in prossimità del cratere del terremoto dell’Aquila: Santo Stefano di Sessanio. Quando ogni paese intorno fu colpito dal terremoto, fino alla quasi integrale distruzione, Santo Stefano, sapientemente riabilitato, resistette. Non fu prevenzione. Fu ricostruzione. Il paradosso è che, qualche giorni fa, si lamentarono danni del terremoto anche a Roma, nelle basiliche di San Lorenzo e San Paolo. Eppure entrambe sono edifici moderni. San Paolo fu ricostruita nel XIX secolo e completata nel XX; San Lorenzo fu bombardata nel 1943 e ricostruita nel 1948, ed era stata già rimodernata, liberandola dal barocco, alla metà dell’800. I monumenti vivono, come gli uomini, ma hanno una vita più lunga, che va oltre la nostra memoria e oltre la conoscenza di gran parte di quelli che li frequentano. Dobbiamo augurarci che, anche con maggior rigore e rispetto delle linee originali (Varsavia fu ricostruita attraverso i dipinti di Canaletto), tutti i paesi che oggi appaiono perduti, anche con una suggestione emotiva che rispecchia tempi nuovi, siano ricostruiti come luoghi dell’anima in un’Italia la cui bellezza è ferita, ma non cancellata.

Fonte: Il Giornale