A Mosul, si è vista di nuovo in faccia la tragedia: un’altra ecatombe d’innocenti, tra i quali numerosi bambini (quelli che si ricordano con accenti di condanna e di orrore solo quando vengono ammazzati dalla parte avversa), e un’ecatombe ecologica. E a combattere le forze del Daesh, oltre ai soliti poveri irakeni delle forze regolari e ai soliti curdi, si è affacciato anche qualche occidentale: che i tempi comincino ad essere maturi per sbarazzarsi del califfo al-Baghdadi, che imperversa da più di due anni perché fa comodo a molti sicuri alleati vicino-orientali del beato Occidente, i quali difatti finora lo hanno sostenuto e finanziato? Che Lorsignori da Washington a Londra a Parigi a Riad alle lobbies petrolifere si siano finalmente accordati su come ridisegnare la mappa del Vicino Oriente sostituendo altri confini a quelli a suo tempo disegnati dal signor Churchill e dalla signora Bell e legittimati dall’infausta Conferenza di Parigi? E chi ci assicura che i nuovi confini saranno migliori dei precedenti, o quantomeno non saranno peggiori? E, su questi nuovi confini, c’è una assenso almeno parziale di Mosca? Se a Mosul si è visto ancora una volta la tragedia, con l’affaire UNESCO siamo alla farsa.

L’ennesimo documento di tale organo (il dodicesimo in sei anni) che richiama alla risoluzione ONU 242 relativa all’ingiunzione rivolta a Israele a ritornare ai confini anteriori alla guerra del 1967 – cioè, nella pratica, a sgombrare l’area orientale di Gerusalemme, che include la città vecchia con i suoi santuari sacri alle tre religioni abramitiche (a parte le questioni, che a ciò sono peraltro connesse, dei cosiddetti “arabi di Gerusalemme”, dei palestinesi con la loro contrastata autonomia, dell’invasione dei 500.000 coloni ebrei nei territori palestinesi a proposito dei quali si discute se s’abbiano a definire “occupati” o “controllati”) – e lo fa in modo obiettivamente ambiguo e infelice sottolineando la titolarità dei Luoghi Santi soprattutto musulmani e definendo con il loro solo nome arabo il complesso che in italiano s’indica solitamente con il termine “Spianata del Tempio” (si tratta della collina detta “del monte Moriah, quella designata per il sacrificio di Isacco del quale parla il Genesi e che tra XI e X secolo venne inclusa in un ciclopico terrapieno in cima al quale Salomone eresse il Tempio, poi distrutto prima da Nabucodonor nel VI sec. a.C. e quindi, ricostruito, da Tito nel 70 d.C.; da lì, secondo la tradizione islamica attestata nel Kitab al-Miraj, Muhammad partì per il suo viaggio nei cieli). 

La risoluzione recente è stata votata dai 58 paesi membri dell’ONU in modo che riproduce bene le incertezze e le rivalità: 24 hanno votato sì, 28 si sono astenuti (quindi la maggioranza), solo 6 no. Ma fra i 6 c’è quasi tutto l’”Occidente che conta”: USA, Gran Bretagna, Germania. Si è votato il 12 scorso e quindi, nuovamente, il 17. Secondo la tesi del nostro ministero degli Esteri, dato che l’Italia appartiene al nòvero degli astenuti (che sono la maggioranza), il voto italiano avrebbe incoraggiato ad analoga scelta paesi quali Francia, Spagna e Svezia a volare in analogo modo laddove avrebbero altrimenti votato sì insieme con la Russia, l’Iran e i paesi arabi. Il fronte degli incerti rispetto alla precedente votazione si è difatti ampliato: nel corso di essa i “sì” erano stati 34. L’assenso al documento UNESCO ha quindi perduto oggi la maggioranza. Divertente secondo me che sono un facinoroso goliarda, meritoria secondo altri, grottesca e maldestra secondo altri ancora, l’uscita del presidente del consiglio Renzi che ha bacchettato il suo ministro Gentiloni definendo la scelta diplomatica italiana “incomprensibile, inaccettabile e sbagliata” (ma si tratta di aggettivi frutto di giudizio soggettivo, il secondo e il terzo dei quali tautologici) e ha annunziato un dietrofront italiano nelle prossime votazioni, a primavera del 2017.

La linea di Gentiloni, secondo il quale l’atteggiamento italiano ha costituito un esempio per paesi, anche importanti, che altrimenti rischiavano di aderire al “sì”, è stata concretamente giudiziosa. Che cos’accadrà nella primavera prossima lo vedremo: è comunque inaccettabile, senza dubbio, che il testo del documento posto in votazione sembri negare, o comunque sottovaluti e non tratti con il necessario rispetto, l’ebraicità dei Luoghi Santi. Quanto ai paesi musulmani responsabili di questo antistorico escamotage, va ricordato loro che fu proprio Muhammad, indicando Nella Città Santa (così, al-Quds, “la Santa”, è chiamata in arabo Gerusalemme) il venerabile “santuario lontano” (al-Aqsa) propose Gerusalemme alla venerazione della sua gente in quanto città di Abramo e di Salomone; e fu un musulmano, il califfo Umar che nel 638 conquistò Gerusalemme strappandola alla dominazione bizantina, a rivestire di nuova dignità proprio quel monte del Tempio ebraico che i cristiani, sostituendogli come “Luogo Santo” la basilica della Resurrezione del Cristo nel quale si venerava (e si venera) il sacello del Santo Sepolcro, avevano ridotto a deposito d’immondizia. I musulmani che oggi cercano di svalutare l’ebraicità di quel luogo non fanno onore né al Profeta, né al grande califfo del VII secolo. Ciò non toglie tuttavia che il documento UNESCO contenga anche aspetti importanti e che denunzi, sia pure in un linguaggio inappropriato, evidenti e scomode verità.

Il suo titolo suona Palestina occupata: e, com’è noto, Israele nega questo dato sostenendo che le sue truppe si sono ritirate da tempo da quei territori che dovrebbero essere amministrati dalla cosiddetta Autority palestinese in attesa che essa ceda il luogo al governo di un vero e proprio stato libero. Ma ciò è vero formalmente solo in parte; e sostanzialmente è falso. Le forze armate israeliane tengono in realtà i palestinesi sotto stretto controllo: li hanno rinchiusi al di là di un muro di cemento costantemente sorvegliato con le armi; tengono attivi decine di posti di blocco; impediscono o ritardano la circolazione di uomini e merci che pur avrebbero il diritto di liberamente circolare; controllano (specie attorno alla “fascia di Gaza”) l’approvvigionamento di acqua, elettricità, gas e carburante; hanno disseminato il territorio palestinese di strade di comunicazione automobilistica sulle quali praticamente circolano solo automezzi israeliani. A causa del complesso delle varie forme di pressione messe in atto dal governo israeliano, le condizioni di vita e di lavoro in città palestinesi quali Betlemme, Nablus, Ramallah, Hebron, sono molto difficili; a Gaza sono ormai da molti mesi disumane. Il territorio palestinese è diviso in due blocchi (Cisgiordania a est, fascia di Gaza a sudovest) senza corridoi di comunicazione, in modo tale che l’eventuale, futuro, previsto e auspicato governo del libero stato palestinese dovrebbe comunque affrontare il problema della discontinuità territoriale. Ciò ha determinato la lenta ma inesorabile contrazione del turismo (ch’è in gran parte un turismo religioso) e di tutte le attività economiche ad esso afferenti nonché dell’artigianato palestinese destinato al turismo e all’esportazione (lavorazione del legno d’oliva, della madreperla ecc.) che un tempo era florido.

La depressione economica, come sempre accede, determina nei territori palestinesi quell’incremento demografico al quale gli israeliani guardano come a una grave minaccia per la loro sicurezza: eppure è la miope politica del loro governo a determinarlo. Se i palestinesi fossero lasciati liberi di prosperare, il loro livello demografico si abbasserebbe immediatamente, come dappertutto accade. Non solo: che le autorità israeliane disciplinino in modo restrittivo l’accesso ai Luoghi Santi musulmani è verissimo, per quanto ciò accada dal momento che essi – le sue moschee erette sul Haram esh-Sharif, il “Nobile Recinto”, vale a dire la parte alta della Spianata del Tempio – sono attigui al luogo Santo ebraico per eccellenza, il “Muro Occidentale”, reliquia dell’antico Tempio situato a sud-est dell’enorme muraglia sulla quale, a guisa di acropoli, sorgono le moschee. Vero è d’altronde che negli ultimi mesi anche il waqf, la pia organizzazione musulmana che gestisce le moschee, ha molto ridotto la libertà di accesso ad esse da parte dei i non-musulmani e ha introdotto sulla Spianata altre restrizioni. E’ inoltre vero che Israele ostacola il lavoro degli esperti nominati dall’UNESCO e che ormai Gerusalemme, anche nella sua parte vecchia, sta subendo un progressivo processo di ebraicizzazione che si vede con evidenza anche nei vecchi edifici che man mano vengono distrutti e nei nuovi che vengono edificati all’interno delle mura della città storica, quelle dette “di Solimano”: dei quattro quartieri nei quali essa è divisa (da nordovest a sudovest in senso orario: il cristiano, il musulmano, l’ebraico e l’armeno), quello ebraico si va progressivamente espandendo da sud verso nord e la popolazione araba ne viene allontanata con vari mezzi e differenti pretesti). Tutto ciò a parte le provocazioni e le intimidazioni da parte delle forze armate israeliane e anche di gruppi estremisti: di esse sono frequenti testimoni, e talora anche vittime, sia i religiosi cristiani occidentali sia i turisti-pellegrini. 

A molte di queste cose si rimedierebbe con una chiara e tempestiva messa in atto delle misure già da tempo avviate per garantire sul serio l’indipendenza palestinese sulla base del conclamato principio “due popoli-due stati”. Ma è evidente che i governi israeliani succedutisi dal 1967 in poi, e quello di Netanyahu segnatamente, non hanno alcuna volontà di procedere in tal senso: anzi, hanno congelato le trattative e ne rimandano sine die la ripresa, tacciando di “antisionismo, quindi antiebraismo, quindi antisionismo” (una sequela sistematicamente e pregiudizialmente trattata come logica e inevitabile, laddove non lo è affatto) e di “incoraggiamento al terrorismo” qualunque tentativo di sbloccare la situazione. Resta d’altronde vero che la famosa risoluzione ONU 242, che impone a Israele il rientro nei confini anteriori alla guerra del ’67, è ormai anacronistica e dovrebb’essere oggetto di nuove, serie e realistiche trattative che consentissero a Israele di fermare sul serio l’afflusso di nuovi coloni nei territori palestinesi. Ceto è che ormai comunque la soluzione “sue popoli-due stati” appare irrealizzabile: il territorio del futuro stato palestinese non c’è più, è stato in grandissima parte fagocitato dagli insediamenti dei coloni. Forse, si dovrebbe procedere a una più realistica annessione al territorio israeliano di Cisgiordania e striscia di Gaza, con relativa istituzione in tali territori di un serio “statuto speciale” di autonomia per i palestinesi.

Allo stesso momento, sarebbe necessario eliminare la penosa fictio iuris internazionale in forza della quale lo spostamento della capitale dello stato d’Israele da Tel Aviv e Gerusalemme non è riconosciuto dalla diplomazia degli altri paesi mentre lo stato ebraico (che è tale istituzionalmente) ha dichiarato Gerusalemme “patrimonio eterno e indivisibile d’Israele”, formula che sembra perentoria mentr’è in realtà ambigua: con “Israele” s’intende in effetti che cosa, lo “stato ebraico d’Israele” o “l’ebraicità-ebraismo”, l’insieme di tutti coloro che ebrei si dichiarano? E quale sèazio tale definizione lascia alla libera presenza e al libero esercizio di altri culti? Non sarebbe ad esempio saggio riconoscere ormai la sovranità dello stato d’Israele sull’intera estensione urbana di Gerusalemme, avviando tuttavia un procedimento diplomatico-politico che conducesse a un’internalizzazione della sovranità limitata alla “città vecchia storica” entro le mura di Solimano, dove si addensano i Luoghi Santi delle tre religioni abramitiche, affidandone magari la gestione amministrativa a Israele stessa? La Santa sede aveva proposto una soluzione del genere: mentre l’attuale confusa e illegale situazione vieta perfino a Gerusalemme di divenire “patrimonio dell’umanità”, così come lo sono Chartres e San Gimignano, in quanto l’UNESCO può procedere all’assegnazione di tale qualifica solo su istanza dello stato nel quale si trova il luogo da dichiarare tale. Ma è appunto quel che i governi israeliani non accetteranno mai per timore d’ingerenza di altri paesi sulla città da loro dichiarata “patrimonio eterno d’Israele” e solo di essa. Questi nodi storici sono da sciogliere, se vogliamo che la questione israeliano-palestinese cessi di essere fonte di continuo inquinamento terroristico.

Sono da sciogliere nello stesso interesse d’Israele e della sua sicurezza: il chiederne la soluzione è atto di amicizia nei confronti d’Israele, non di ostilità. Lo capisce tutto ciò Renzi, che dà sulla voce al suo ministro degli esteri? Evidentemente, sì: ma gli preme adesso guadagnarsi l’elogio di Obama e quello del governo di Gerusalemme, preziosi entrambi per vincere il referendum del 4 dicembre. La solita letale malattia italiana: far politica in funzione della propria immagine e del vantaggio elettorale immediato. D’altronde, il collegarsi troppo alle sorti di Obama è cosa ormai imprudente: tra qualche giorno, comunque vadano le elezioni, la situazione vicino-orientale cambierà. In peggio. I due contendenti hanno fatto entrambi di tutto per ingraziarsi non solo e non tanto Israele quanto i potenti circoli ebraici e sionisti della diaspora: Trump ha perfino parlato di un’evidente e continua sovranità ebraica su Gerusalemme, dimostrando un’ignoranza e un’arroganza degne solo di lui. Quanto alla signora Clinton, i due occhi con i quali essa contempla il Vicino Oriente sono uno quello d’Israele, l’altro quello dell’Arabia saudita. Obama iniziò il suo primo mandato, otto anni fa, addirittura promettendo la chiusura della prigione illegale di Guantanamo: che è sempre aperta e funzionante, nella generale noncuranza. Figuratevi di che cosa potrebb’essere capace la Clinton. Da lei è purtroppo lecito temere perfino una nuova stagione interventista. Non dimentichiamo comunque di dare a Cesare quel ch’è di Cesare e a Matteo quel ch’è di Matteo: un’insufficienza per la posizione su Israele, ma un bel trenta e lode per aver una buona volta interposto una parola equilibrata nella demenziale vicenda delle sanzioni alla Russia.

Fonte: Dal suo Blog