«Ogni viaggio, ogni avventura (nel senso vero del termine: ciò che arriva) si raddoppia di un’esplorazione interiore» diceva Marguerite Yourcenar. «Come la lettura, l’amore e il dolore, offre splendidi confronti con noi stessi e fornisce di temi il nostro monologo interiore». Francese, nata a Bruxelles nel 1903, naturalizzata americana nel 1947, da bambina e poi ragazza la Yourcenar non era mai andata a scuola, educata in casa da insegnati privati e in giro avendo viaggi e libri a mo’ di precettori. Dalla Grecia all’Italia, dalla Spagna all’Europa orientale, viaggiare diventava per lei un esercizio di erudizione e di sensibilità: l’azzardo dei luoghi e degli incontri, il fascino della natura. Era anche il modo migliore per liberarsi dei pregiudizi, della ristrettezza di spirito, così come dei facili entusiasmi, l’occasione per verificare che l’umanità è dappertutto la stessa, sottomessa alle medesime prove, e che l’essere umano è in fondo una piccola cosa. E forse era anche per questo che «in pochi amiamo a lungo il viaggio, questa violazione continua di ogni abitudine, questa scossa incessante a tutti i luoghi comuni».

Figlia di buona famiglia, orfana di madre, l’infanzia e la giovinezza della Yourcenar furono quelle di una giovane donna che viaggia con cameriera e precettore, lenzuola e cuscini al seguito per evitare ogni contatto con la possibile sporcizia degli alberghi… È la Francia del Midi, Provenza e Costa Azzurra, il suo primo terreno d’elezione, e poi Parigi, dove Marguerite arriva a dieci anni e che, se si eccettua un anno in Inghilterra allo scoppio della Prima guerra mondiale, resterà la sua città sino agli anni Venti, quando si sceglie un nome d’arte (de Crayencour è quello paterno), pubblica i primi libri di poesia a proprie spese, Le Jardin des Chimères , Les Dieux ne sont pas morts , è pronta per il periodo «turbolento» della sua vita che coinciderà con la Grecia e l’Italia, gli affanni del sesso e del cuore, il rafforzarsi di una vocazione artistica… Con il tempo le istitutrici lasceranno il posto alle amiche e agli amici, compagni e amanti, archeologi e esperti d’arte, storici: «Debbo ciascuno dei miei gusti all’influenza di amici occasionali, come se non potessi accettare il mondo che per il tramite di mani umane». Ma con il tempo viene anche la consapevolezza che per vedere bene, e in fondo per viaggiare, si deve essere soli. Dirà citando Montherlant: «Un museo che si visita con il suo direttore, è un museo che non si è visto».

Del rapporto privilegiato con l’Italia, dà adesso conto un diligente e ben illustrato libretto di Dominique Gaboret-Guiselin, Alla ricerca di Adriano (Edizioni La Conchiglia, pagg. 84, euro 13), con particolare riguardo all’esperienza caprese della scrittrice. «Su di un’isola – ha scritto la Yourcenar – si ha la sensazione di trovarsi su uno spazio di frontiera, in bilico tra l’universo e il mondo umano» e Caprée si intitola il poéme che, adolescente, le aveva dedicato senza esserci mai stata, sognata senza averla mai vista. Nella seconda metà degli anni Trenta, vi affitterà una casa, La Casarella, due piccole stanze con terrazzo lungo la strada che porta a Villa Jovis e a Villa Fersen, il buen retiro di Tiberio la prima, il regno incantato di Jacques Fersen, grande esteta e mediocre poeta, la seconda. È qui che scriverà Il colpo di grazia , romanzo in cui gli affanni del sesso e del cuore si incarnano in una storia di cameratismo militare, passione rifiutata e/o repressa, morte violenta. Era assurdamente innamorata, Marguerite, del più giovane e affascinante André Fraigneau, omosessuale «virile» e superbo scrittore, ma si sentiva anche fortemente attratta da Grace Frick, la donna con la quale poi sceglierà di dividere la vita. Fraigneau in Italia è talmente sconosciuto che persino in questo libretto di Gaboret-Guiselin subisce la sciatteria di un refuso (Frigneau…), ed è un peccato.

L’Italia resterà per la Yourcenar «una passione di gioventù. È più vicina al “reale”, la Grecia all’“ideale”. Il suo bello consiste nell’effervescenza del Rinascimento. C’è una certa idea dell’amore e dell’avventura umana». Un altro romanzo, La moneta del sogno , ne è per molti versi impregnato, l’Italia dell’anno XI della Rivoluzione fascista, ma senza «il tradizionale pittoresco italiano» che al tempo incantava molti scrittori stranieri in visita nella Penisola. Piuttosto, c’è come un’intossicazione spirituale, la duplice illusione che fa degli antifascisti dei poveri esaltati e del fascismo una vuota retorica del quieto vivere all’ombra rassicurante di una dittatura che non ha ancora imboccato la strada dell’autodistruzione.

L’Italia tornerà anche in Anna Soror… , storia di un incesto nella Napoli ispano-italiana dei viceré sul finire del XVI secolo, «la povertà brulicante e vivace dei quartieri popolari, la bellezza austera o lo splendore sbiadito delle chiese, alcuni piccoli villaggi desolati della Basilicata. Mai invenzione romanzesca è stata più immediatamente ispirata dai luoghi in cui era ambientata». In Alla ricerca di Adriano , Gaboret-Guiselin dà conto anche di testi meno noti: Dialogo nella palude , ispirato ai versi danteschi su Pia de’ Tolomei (ne esiste una bellissima traduzione e resa teatrale di Luca Coppola, morto poi tragicamente, assassinato, su una spiaggia siciliana a trentuno anni), Maléfice , il ritratto di una iettatrice della campagna piemontese; le allusioni italiane sparse nei tre volumi che costituiscono Le Labyrinthe du monde . E non manca la puntuale spulciatura della «biblioteca in italiano» della scrittrice conservata nella Petite Plaisance, la sua casa americana sull’isola di Mount Desert e dove, fra gli altri, spiccano i nomi di Dante, Petrarca, Tomasi di Lampedusa, d’Annunzio, Pirandello, Evola…

E Memorie di Adriano ? Scritto fra il 1924 e il 1929 e poi distrutto, ripreso nel ’34 e poi abbandonato, di nuovo riscritto e questa volta terminato fra il 1948 e il 1951, questo libro è «italiano» in senso lato, a partire dal suo protagonista: «La convenzione ufficiale vuole che un imperatore romano sia nato a Roma, ma io sono nato a Italica»… Eppure, gli sono debitori «le mattinate a villa Adriana» e i lunghi soggiorni degli anni Trenta, così come le quattro stampe di Piranesi comprate in un negozio di colori a New York, una delle quali, «raffigurante la cappella del Canopo, dove nel XVII secolo furono estratti l’Antinoo in stile egizio e le statue in basalto delle sacerdotesse che si vedono oggi in Vaticano», la ossessionerà per anni. E ancora: il ritratto, sempre di Antinoo, opera di Antoniano di Afrodisia, e che porta il nome di Gemma Marlborough, che un collezionista italiano, Giorgio Sangiorgi, le permise di vedere e toccare, «il solo di cui si possa presumere con qualche fondamento che Adriano abbia tenuto nelle sue mani». E poi: «Luoghi dove si è scelto di vivere, residenze invisibili che ci si è costruite al riparo del tempo. Ho abitato Tivoli, ci morirò forse, come Adriano nell’isola di Achille».

Non sarà così. Morirà nel 1987, un pugno d’anni dopo la scomparsa di Grace Frick, la compagna di una vita. Non senza aver prima scritto: «L’amore è un castigo. Veniamo puniti per non essere riusciti a rimanere soli».

Fonte: Il Giornale