Ed ecco come andò che mastro Ciliegia, Giorgio Napolitano, trovò un Matteo Pinocchio che picchiava, disintermediava e maltrattava tutta la Ditta, da Pier Luigi Bersani a Enrico Letta, mandandoli tutti a fare lo #staisereno: “Questo Renzi è capitato a tempo: voglio servirmene per fare tutti fessi, peggio che burattini”.

Detto fatto, mastro Ciliegia, se lo chiamò il Renzi per levargli la scorza e digrossarlo. Ma quando fu lì per dargli il primo consiglio, Matteo Pinocchio si dimostrò ancor più bullo. E anche Napolitano si ritrovò trattato da grullo…
renzi napolitano guardano peppa pigEntrò in bottega, allora un vecchietto tutto arzillo, Silvio Geppetto, chiamato da tutti Polendina a motivo del suo cerone spalmato sulla faccia gialla, color della polenta di granturco. Bussò Geppetto, disintermediò e domandò: “Buongiorno, mastro Ciliegia, cosa fate costì contrariato?” “Insegno l’abaco al compagno Renzi”. “Buon pro vi faccia”, rispose Silvio Geppetto che – senza averne uno buono, in casa, uno che raccogliesse l’eredità della falegnameria di Forza Italia – ebbe a prendersi Matteo Pinocchio, perfetto per fabbricarci un erede meraviglioso bravo a ballare, a tirar calci sugli stinchi e fare i salti mortali tra i sondaggi.

Lo ebbe in regalo da mastro Ciliegia e così, con quello, poter governare e disintermediare senza mai passare dalle elezioni. I ragazzi cattivi hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro e mentre il povero Geppetto, sventurato, si ritrova a essere condotto a Cesano Boscone quel monello di Matteo Pinocchio se la dava a gambe giù attraverso i corridoi di Montecitorio quando, lasciando andare un sospirone di contentezza, sentì qualcosa fare: Crì-crì-crì. “Chi è che mi chiama?”, disse Matteo Pinocchio tutto incuriosito. “Sono io”.

Matteo si voltò e vide il Grillo Brunetta che saliva su su per il muro: “Abito queste legislature da tempo innumerevole”.“Ora questa legislatura è mia” – disse il bullo – “e se vuoi farmi un piacere, vattene subito perché il Patto del Nazareno è mio. Più che un grillo sei un gufo!”.“Povero grullarello! Ma non sai che, facendo così, diventerai solo un Berlusconi venuto male e che tutti, dopo essere passati nel tuo PdR, dopo faranno a gara per tradirti e disintermediare proprio te?”. A queste parole, Matteo Pinocchio saltò su tutte le furie e, preso il Mattinale in mano, lo scagliò contro il Brunetta parlante che ebbe il fiato di fare crì-crì-crì e poi se ne rimase lì, stecchito.

Il delitto non restò impunito. Un giudice burbero, Massimo D’Alema, minacciò di forca Matteo Pinocchio e chiamò apposta i conigli scavafossa per farlo spaventare. Sotto ai cappucci neri dei seppellitori si celavano – armati di taccuino – Luigi Bisignani e Paolo Madron, seguiti dalle talpe delle più segrete tra le notizie ma come fu e come non fu, il giudice, ripensando alla Bicamerale, risparmiò il cappio a Matteo Pinocchio.

Il monello allora, in luogo dei carabinieri, si ritrovò stretto tra due bottiglie di vino. Matteo Pinocchio, infatti, non venne tradotto in carcere bensì segregato nel magazzino di una Coop. Se ne stette così per tutta la durata del ponte tra la festa di San Marco, cioè il 25 di Aprile, e il Primo Maggio e si fece tutto un bagno penale da cui – il birbante – seppe scappare pagando una tangente al gendarme: sessantamila copie del libro di Maurizio Landini (e altre 1.432 copie di un altro libro, quello di Giulio Tremonti ).

Gestivano e trattavano d’ogni vituperio, intanto, i burattini del dibattito giornalistico. Non un giornale, non un tigì – neppure quello di Clemente Mimun o degli altri della Struttura Delta – si dimostrava ostile a Matteo Pinocchio e lui, con l’app dell’abecedario sullo smartphone, si beava di sentire pifferi, twe e t e colpi di grancassa tutti di gloria, al suo indirizzo.

Che è, e che non è, all’improvviso, scorgendolo, tutti i giornalisti (alla testa dei quali c’è Roberto D’Alimonte , in coda, invece, Giuliano da Empoli) si precipitarono verso di lui e lo portarono in trionfo. Disintermediandosi tra loro. Arlecchino e Pulcinella, cioè Beppe Severgnini e Gianni Riotta, battibeccando tra loro – con Rosaura, ovvero Daria Bignardi – lo chiamarono sul palcoscenico per dargli abbracciamenti, strizzoni di collo, pizzicotti dell’amicizia, dimenticando però di dar commedia al pubblico e rovinando ciascuno il proprio lavoro: Rosaura affondando le I nva s i o n i Barbariche; Riotta, il Pulcinella, sfasciando la versione estiva di Ballarò; Severgnini, infine, imbarazzando vieppiù Il Corriere della Sera con le sue corbellerie.

Filippo Sensi il Mangiafoco – che dai suoi devoti follower è chiamato Nomfup – ebbe ad adirarsi nel vedere rovinate le sue #cosedilavoro e, spedendo in mezzo alla mischia la fidata Veronica De Romanis, la Colombina saputa di Economia e Finanza, volle convocare tutti i burattini del suo teatrino nel retrobottega di via del Nazareno e dare loro un meritato lisciabusso quando Matteo Pinocchio gridò: “Pietà, signor Mangiafoco!” “Qui non ci sono signori”, replicò duramente il burattinaio.

“Pietà, signor Cavaliere!”. “Purtroppo”, rispose Filippo Sensi, diventando d’un tratto più umano, “il Cavaliere non c’è più”. Dicendo così, adagio adagio, Mangiafoco ascoltò il racconto di Matteo Pinocchio, di come Silvio Geppetto l’avesse preso con sé per farne l’ere – de, quindi cominciò a commuoversi e a starnutire: “Tu sei un bravo ragazzo, Matteo Pinocchio. Solo tu puoi farlo tornare Cavaliere. Fai le Riforme insieme con lui, organizzate una bella legge elettorale e prendi, infine, cinque monete da 80 euro. Vai subito a portargliele e salutalo da parte mia”.

Matteo Pinocchio non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò una Volpe zoppa da un piede – Denis Verdini – e un Gatto cieco da tutti e due gli occhi, ossia Luca Lotti .“Buongiorno, Matteo”, gli disse la Volpe. “Com’è che sai il mio nome?”, domandò Renzi. “Conosco bene Silvio Geppetto. L’ho veduto ieri a Cesano Boscone e tremava all’idea dei nuovi processi…”. “Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più. Mi dispiace davvero di farvi venire l’acquolina in bocca ma queste qui, se ve ne intendete, sono belle riformine. E poi ci sono anche, una ghiotta legge elettorale e cinque bellissime monete da 80 euro”. “Vuoi raddoppiare tutto questo bel gruzzoletto?”, disse la Volpe fermandosi di punto in bianco, “sappi che nel paese dei Barbagianni c’è un campo detto de’ Mi – racoli. Metti in una buca il tutto e le tue riforme, dall’oggi al domani, possono diventare duemila, tremila, centomila…”.

Convinto di ciò – cammina, cammina, cammina – Matteo Pinocchio, col Gatto e la Volpe, arrivò all’Osteria del Gambero Rosso, non trovarono Carlin Petrini ma lì, Pinocchio, per prima cosa si mangiò un panino Eataly (preparato dalle manine di Oscar Farinetti), e poi si gustò un gelato Grom ricavandone però una dolorosa indigestione che lo portò a bussare alla porta di una casina candida come la neve. Il bussare, però, non giovò a nulla, si affacciò alla finestra Antonella Manzione, la Vigilessa Fatina dai fischietti turchini che, con una vocina venuta dall’altro mondo, disse a Matteo Pinocchio: “Portami a Palazzo Chigi, sarò la manina che mette a posto tutto nei consigli dei ministri”.

Matteo Pinocchio che si prende tutti e ricicla la qualunque, non si fece problemi a far della guardia una sovrana, ma intanto la bua al pancino lo torturava e fu la Fatina dai fischietti turchini a metterlo a letto e chiamare tre medici per sapere se gli restava vivo o morto. Vennero un Corvo, una Civetta e il Grillo parlante. Matteo Pinocchio, riconoscendo Brunetta, si nascose la faccia sotto il lenzuolo. La Civetta, Laura Boldrini, si mise sul comò e l’unico che parlò, il Corvo, ovvero Mario Draghi, disse: “A mio credere è bell’e morto; ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo”.

I ragazzi fanno presto a promettere, ma il più delle volte fanno tardi a mantenere. Ora bisogna sapere che Matteo, fra i suoi amici, ne aveva uno prediletto il quale si chiamava Marco Carrai , ma tutti lo chiamavano Lucignolo per via che questi, sposato a una filosofa – la Lumaca Francesca Campana, amica della Fatina dai fischietti turchini – dal lumino della infinita sapienza di lei, sempre si abbeverava.

Era, Lucignolo Carrai, il più birichino della compagnia. Matteo Pinocchio, facendo disperare la Fatina dai fischietti turchini, s’era fatto dare da Carrai una Casa perfetta per baloccarvisi. E, insieme – dimenticandosi uno della filosofa del sopracciò, l’altro della Fatina – se ne andarono all’Expo dei Balocchi, a Milano, saltando sul carro che portava lì tutti i bimbi birboni.

Sul carro, dotato di wi-fi, attrezzato con cartoni di pizza al taglio, c’erano – già con le orecchie da ciuchino – Dario Nardella, Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi e Lorenzo Guerini ih-ho! Ih-ho! Stavano tutti sul carro guidato da Raffaele Cantone, l’Omino di Burro, che in men che non si dica li scaricò tutti nel paese della cuccagna dove si annuncia e non si procede mai; dove non c’è necessità di governare davvero; dove si fanno le riforme scritte dal Gatto, dalla Volpe e da Silvio Geppetto;
dove l’Ilva di Taranto, ridotta a passerella, si ritroverà coi libri contabili in tribunale; dove la Boschi, per farsi le treccine, deve arrivare fino in Congo; dove l’Expo si inaugura senza essere pronto; dove Ignazio Marino – Ignazio Marino! – resta sindaco di Roma; dove Angelino Alfano – Alfano! – si prenota tutti i tigì per darla lui, proprio lui, la notizia dell’arresto di Marcello Dell’Utri; un paese benedetto dove un sottosegretario indagato si salva solo se si battezza al fonte del renzismo perché nell’Italia del PdR non si reclama, ma si declama; e si disintermedia.

Il giovedì si guarda tutti House of Cards, e ogni settimana – nel paese della cuccagna – è composta di sei giovedì e di una domenica, perfetta per andare ospiti da Barbara D’Urso , fare i selfie, farsi fotografare in bicicletta, come Graziano Delrio, dal ministero a Palazzo Chigi…

E dunque: un paese veramente civile, come dovrebbero esserlo tutti i paesi dove ogni suon di bubboli e ogni squillo di trombetta – ogni trillo di twe e t , ogni slide – segna il destino dello restar per sempre somari. C’era una volta… – Il governo del Pd!, diranno subito i piccoli lettori. No, ragazzi, dovete aggiornarvi.

C’è questa volta Renzi e non sarà una passeggiata come con Silvio Geppetto. Magari non gli si allungherà il naso dalle troppe bugie, probabilmente solo il giro-vita. Bravo a ballare, a tirar calci sugli stinchi e fare i salti mortali tra gli applausi dell’opinione pubblica, con un Lucignolo come Carrai, al cui confronto Cesare Previti è un dilettante, Renzi farà tutti fessi, peggio che burattini. Nella disintermediazione.

Fonte: Il Fatto Quotidiano