Populisti sì, ma mica scemi. Gli elettori che hanno votato Donald Trump «avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica». Per Marco Tarchi, politologo all’Università di Firenze e uno dei massimi esperti di populismi, quello americano è stato un voto mosso non solo dalla passione, ma anche dalla ragione. Alle spalle del nuovo presidente si è unito un elettorato che in pochi avevano individuato. E che «i media e gli intellettuali hanno cercato in tutti i modi di stigmatizzare e intimidire». Ottenendo il risultato opposto a quello sperato. Anche da noi può succedere qualcosa di simile? Per Tarchi è Beppe Grillo che più si avvicina al messaggio complessivo di Trump. Ma in vista del referendum persino Renzi «sta giocando la carta dello stile populista». Cercare una copia italiana del nuovo inquilino della Casa Bianca, in ogni caso, può essere fuorviante. «La mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse – continua – Anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche».

Professore, la vittoria elettorale di Donald Trump può essere considerata una vittoria del populismo? Fin dalle prime ore molti analisti hanno parlato della reazione degli “sconfitti” contro le élites, di un messaggio anti establishment.

Sì, l’analisi mi sembra corretta, anche se i fattori che hanno portato a questo risultato inatteso sono molteplici. Gli argomenti e lo stile populisti della campagna di Trump hanno certamente contribuito in misura sostanziale.

È sbagliato inquadrare il risultato delle presidenziali Usa attraverso il confronto Democratici-Repubblicani? Lo stesso Grand Old Party non ha mai nascosto più di un dubbio sulla candidatura di Trump.

Più che sbagliato, sarebbe insufficiente. Non c’è dubbio che la fedeltà partitica degli elettori ha avuto, su entrambi i versanti, il suo peso, ma l’elemento aggiuntivo vincente è venuto da votanti indipendenti, in forte crescita (non va trascurato che il candidato libertario ha ottenuto il 3,2% e la candidata verde l’1,1%: ulteriori piccoli ma significativi segnali di crepe nel bipartitismo), che non avrebbero probabilmente sostenuto un candidato dell’establishment, di cui i vertici repubblicani fanno parte a pieno titolo. C’è da immaginarsi che costoro, da sempre diffidenti od ostili verso Trump, non mancheranno di creargli ostacoli nei due rami del parlamento se vedranno proposte politiche che non li soddisfano. La disciplina di partito dei parlamentari, negli Stati uniti, è estremamente limitata. Si risponde, semmai, agli elettori – e in primis ai grandi elettori, cioè ai finanziatori della propria campagna – del collegio in cui si è si è stati eletti.

Nel suo primo discorso Trump si è rivolto ai “dimenticati”. È questo il suo bacino di voti? Chi è più sensibile ai richiami del populismo americano? Nelle analisi post elettorali si citano gli arrabbiati d’America, i bianchi, i disoccupati, le classi medie impoverite, i perdenti della globalizzazione…

Sono tutte analisi “a spanne”, perché i dati di sondaggio sono, al momento, scarsi – e, come sempre accade ad onta di quanto pensano taluni analisti, da prendere con le molle. Tuttavia, tutti i gruppi sociali che Lei cita paiono aver contribuito al risultato. E poiché si tratta di categorie eterogenee, si può ipotizzare che a tenerle insieme nella decisione di voto siano stati più uno stato d’animo che richieste settoriali. Anche se ciò non significa affatto, come qualcuno sostiene, che il voto per Trump sia stato mosso solo dalla passione e non anche dalla ragione. I “dimenticati” avevano motivi concreti, e non solo impulsi emotivi, per reclamare un cambio di rotta e affidarsi ad un uomo estraneo alla politica di professione.

È un elettorato che si vergogna anche un po’ della propria scelta? Nei sondaggi molti sostenitori di Trump hanno preferito non esprimersi per paura di essere giudicati. E questo ha reso più difficile prevedere il risultato elettorale.

È più corretto dire che è un elettorato che i media e gli intellettuali hanno cercato in tutti i modi, con una campagna martellante, di stigmatizzare e intimidire. Ciò spiega il desiderio di non esporre le proprie “deplorevoli” – o meglio, deplorate – intenzioni a chi li chiamava al telefono per sapere come avrebbero votato. Si ha un bel dire che i sondaggi garantiscono l’anonimato; chi vi è sottoposto sa che i sondaggisti dispongono del suo numero di telefono; sarà anche stato selezionato a caso, ma la diffidenza è radicata. Molti anni fa un’eccellente studiosa tedesca, Elizabeth Noël-Neumann, individuò questo fenomeno come un dato cruciale per le indagine d’opinione e lo inquadrò nella teoria della “spirale del silenzio”, di cui evidentemente non tutti gli addetti ai lavori hanno compreso la portata.

Lei si batte perché il fenomeno populista sia studiato senza accezioni negative. È difficile non notare come nella campagna elettorale americana il fenomeno Trump sia stato criticato e denigrato dai principali media. Paradossalmente questo può aver aiutato la corsa del nuovo presidente?

È probabile, perché l’insofferenza nei confronti dei dettami della “correttezza politica” è oggi visibilmente in crescita in molti paesi. Chi coltiva, ad esempio, un’immagine negativa dei flussi migratori è investito da una comunicazione pubblica che vuole convincerlo di essere un razzista o quantomeno uno xenofobo, viene descritto come uno stupido senza cuore in balia della propaganda di malvagi imprenditori della paura e si sente trattato come un essere ignobile. Questo modo di comportarsi dei media mainstream, che non esitano ad utilizzare un ricatto della compassione e della commozione che fa il paio con il ricatto della paura e dell’insicurezza di certi populisti, spesso ottiene un risultato opposto a quello sperato e rende sistematica l’ostilità del telespettatore verso chi pretende di impartirgli di continuo lezioni di civismo.

Adesso la vittoria di Trump può dare nuova consapevolezza alle forze populiste e anti-élite mondiali? Il successore di Obama può diventare un punto di riferimento?

Psicologicamente, potrebbe “scongelare” un certo numero di elettori che preferiscono le proteste, e le proteste dei movimenti populisti, alle opinioni e ai comportamenti dei loro avversari, ma che finora temevano di varcare la soglia della rispettabilità votandoli (e, soprattutto, facendo sapere, o anche solo sospettare, di averli votati). Politicamente, il discorso è più complicato, perché ogni populista guarda in primo luogo, o solamente, al proprio popolo, e Trump è statunitense, quindi ha in vista l’interesse dei suoi connazionali; ciò significa che alcune sue mosse potrebbero andare in una direzione contraria agli interessi di paesi europei. E questo dispiacerebbe certamente a un populista francese, olandese o italiano. Solo il tempo ci dirà come andranno le cose su questo versante. Anche perché, sin qui, il tallone d’Achille del populismo è stata proprio la sua capacità di governo di situazioni complesse, perché i populisti hanno una visione iper-semplificata della realtà e faticano a superare gli ostacoli posti da ambienti a loro ostili, come i poteri finanziari, i burocrati e gli intellettuali. I risultati ottenuti da Trump potrebbero ribadire o ribaltare la regola.

C’è un filo conduttore che lega il voto in Gran Bretagna per l’uscita dall’Europa e l’affermazione di Trump alla Casa Bianca? Quale sarà la prossima tappa, magari il referendum italiano?

Sicuramente c’è: le preoccupazioni in materia di sicurezza – economica e psicologica – e la voglia di affermare le proprie specificità nei modi di vita nei confronti dell’irruzione di atteggiamenti e stili ispirati al cosmopolitismo globalista hanno pesato molto in entrambi i casi. Il caso del referendum italiano è, in questo senso, anomalo, perché Renzi, che pure agli occhi di molti è in tutto e per tutto un rappresentante tipico dell’establishment, timoroso di questa sua immagine, sta giocando la carta dello stile populista per diminuire l’efficacia delle argomentazioni avversarie: le tirate contro l’inefficienza e l’immobilismo burocratico dell’Unione europea, l’irrisione verso i “professoroni” che non condividono la riforma, l’enfasi sul “tagliare i costi della politica” sono tutti elementi di questa sua strategia.

In Italia chi ha celebrato la vittoria di Trump sono stati soprattutto Cinque Stelle e leghisti, le principali realtà populiste del nostro Paese. Ma chi dei due è più affine al messaggio del presidente Usa? Entrambi si accreditano come una forza anti sistema, ma solo Salvini condivide con Trump le spinte nazionaliste anti immigrazione.

Lei sa che io da anni distinguo il discorso pubblico di Beppe Grillo, che considero populista a pieni carati, da quello del Movimento Cinque stelle, che ne segue solo in parte le coordinate. Se dovessi dire chi è più affine al messaggio complessivo di Trump, direi Grillo (e difatti è stato lui a proporre il paragone con il suo “vaffa”), ma se parliamo del M5S, che cerca di muoversi sul sottile filo di un equilibrio instabile delle posizioni dei suoi esponenti di vertice e intermedi e quindi non se la sente di seguire il fondatore su temi come quelli dell’immigrazione e del multiculturalismo, le cose stanno diversamente. Anche la Lega di Salvini, peraltro, non si presenta come una copia conforme del fenomeno Trump, pur ricalcandone vari aspetti. Non va mai dimenticato che la mentalità populista può presentarsi in forme politiche molto diverse e attecchire, in dosi più o meno massicce, in ambiti diversi. Del resto, anche Bernie Sanders ne esprimeva alcune caratteristiche, e, come ha fatto notare un populista di sinistra francese qual è Jean-Luc Mélanchon, forse, se fosse stato il candidato dei democratici contro Trump, avrebbe fatto meglio dell’icona dei “poteri forti” Hillary Clinton.

Intervista a cura di Marco Sarti

Fonte: Linkiesta