Sarebbe felice Leo Longanesi di sapere che un manipolo di giovani, a novant’anni di distanza, si ispira ancora al suo Italiano, splendida rivista composta in eleganti caratteri bodoniani pubblicata a partire dal 1926. Il Bestiario degli italiani, diretto da Andrea Chinappi, Lorenzo Vitelli, Carlotta Correra, giunto al terzo numero, ha però molto anche del Selvaggio di Mino Maccari, soprattutto per quell’afflato strapaesano di voler da un lato raccontare «il genio dell’Italia profonda, popolare, contadina, anarchica, conservatrice, campanilista, medievale, rurale, anticonformista, oziosa, artigiana» e dall’altro criticare con molta ironia il suo viceversa, cioè l’Italietta post-post moderna in cui predomina lo storytelling renziano. E chissà se questa Italia strapaesana ed eroica (che il Bestiario predilige) esiste ancora, o se è mai esistita fuori dagli intenti genialmente frondisti di Prezzolini, Papini, Malaparte, Palazzeschi… ovvero i numi tutelari di questa nuova realtà intellettual-editoriale che, oltre a sfornare una rivista rigorosamente cartacea, produce libri con il marchio Circolo Proudhon (l’ultimo è Come si seducono le donne di F.T. Marinetti), e edita un sito con la testata Intellettuale Dissidente la cui matrice antagonista di destra-destra aristocratica non viene nascosta, semmai esaltata (per info: www.ilbestiariorivista.it).

Conservatori in un paese in cui non c’è più nulla da conservare, avrebbe scherzato Longanesi che era campione di battute bastian contrarie. Ed è il bastiancontrarismo, l’apotismo di quelli che non se la bevono, il leit motiv anche dell’ultimo numero – in rigoroso stile vintage con splendide illustrazioni dal sapore antico dedicato al tracimare delle «creatività» in ogni campo del sapere (dal calcio allo slow food radical chic, dall’arte al cinema, passando ovviamente per la tecnologia e l’architettura). Al grido di «Dio stramaledica i creativi», il Bestiario lancia la sua sfida contro la deriva sociologica dei selfie, delle start up, delle smart cities di tutto quanto fa fuffa e moda in un tempo di esaltazione dove a nessun giovane si nega di fregiarsi almeno del titolo di content innovation manager.

Fonte: Il Giornale