Cos’è che rende una civiltà quello che è? Cosa distingue una cultura da un’altra? E qual è l’anima dell’Europa? Per il regista russo «che adora la Francia e l’Italia e la Germania» Aleksandr Sokurov, già Leone d’oro a Venezia nel 2011, la risposta è semplice e per nulla scontata.

Al diavolo le banche, macché euro, altro che integrazione e omologazione delle culture. L’identità di una civiltà è l’arte. L’Europa è la Nike di Samotracia, la Zattera della Medusa di Géricault, il San Giovannino di Leonardo, gli immensi Rubens, la piccola Gioconda – filmata nella sua immensa sala per una volta deserta – i ritratti del Cinque e Seicento. «Chi sarei stato – si chiede nel film la voce off del regista – se non avessi potuto vedere gli occhi di chi visse prima di me?».

Film che guarda negli occhi l’arte, la Storia e il potere, Francofonia del maestro Alexsander Sokurov, il quale dopo l’Hermitage di San Pietroburgo e il Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, torna a girare un’opera «dentro» e «su» un museo, con uno stile che mischia la fiction, il documentario e il film d’arte, racconta come tra il 1940 e il ’43 Jacques Jaujard, giovane direttore del Louvre, e il conte Franz Wolff-Metternich, responsabile dei beni artistici nella Francia occupata, lavorarono insieme (un finto collaborazionista in realtà membro della resistenza e un ufficiale di Hitler che non fu mai organico al partito nazista) per proteggere il più grande museo dell’Europa. Salvando le opere d’arte dalla guerra, dagli stessi gerarchi del Reich, dalla dispersione. «Le ragioni di Stato coincidono raramente con le ragioni dell’arte», ammonisce l’onnipresente voce off.

E aggirandosi tra le gallerie del Louvre, tra SS, impiegati che hanno scelto di restare nella Parigi occupata, il fantasma di Marianne, simbolo della Francia, e quello di un Napoleone orgoglioso delle opere che celebrano la sua grandeur perché «una nazione ha bisogno di un museo per esistere», Sokurov (censurato in Urss fino alla Perestroika) riflette sul potere dell’arte e su cosa l’arte dice di noi stessi. «La pittura coi suoi ritratti dice chi siamo noi europei, in cosa ci distinguiamo dalle altre civiltà – aggiunge il regista in conferenza stampa – L’arte è l’identità dell’Europa, ha bisogno di distanze: difendetela, non mescolatela». Un’affermazione così scorretta che, infatti, fingendo di non capire, nessuno ha applaudito.

Applauditissimo in sala invece, sia dai critici sia dal pubblico, è stato il film (coprodotto dal Musée du Louvre: anche il cinema possiede un grande potere di promozione) per il quale a interpretare i due protagonisti il regista ha chiamato Louis Do de Lencquesaing nel ruolo di Jacques Jaujard e l’attore teatrale tedesco Benjamin Utzerath nel ruolo del conte Wolff-Metternich. Due uomini che, al di là dell’ideologia, sanno che la civiltà ha bisogno della propria arte per esistere. E allo stesso modo che per distruggerla occorre radere al suolo il suo passato. Alla fine dei titoli di testa, dopo le immagini di un cargo che trasporta container pieni di opere d’arte in balia di una tempesta, la voce off, iniziando la storia, oggi, recita: «Non parliamo più del passato, ora parliamo del presente». Ed è soltanto lì, per un secondo, prima di tutto il film, che viene alla mente l’archeologo Khaled al Asaad trucidato a Palmira dai barbari tagliagole dell’Isis. «Le onde del mare si infrangono come la Storia, senza ragione e senza pietà».

Fonte: Il Giornale