La Guerra al Terrore è fatta per non finire mai. In un libro del 2006, Zorn und Zeit (ira e tempo) – un saggio di psico-politica – il filosofo Peter Sloterdijk pone una precisa questione: l’islam politico realizza una nuova banca mondiale della dissidenza? In altri termini – nel grande esodo degli umiliati e offesi “contro i loro signori, vecchi e nuovi” – può considerarsi il Jihad come la nuova “lotta di classe”, con la figura del capitalista sostituita dall’infedele?

La Guerra al Terrore è fatta per non avere traguardo alcuno, sia esso quello della vittoria – e l’idillio liberale è quello di una società senza nemici – sia quello della sconfitta. La war on terror, infatti, offre ai leader eletti democraticamente di assurgere al ruolo di “comandanti” nell’imperativo patriottico che – di fatto – fa tabula rasa di ogni cosa.

“Il nuovo terrore” – si legge in un libro scritto “solo” sull’onda dell’11 settembre – “con la sua ostilità indifferenziata contro lo stile di vita occidentale, crea un clima di intimidazione diffusa in cui le questioni della sicurezza politica ed esistenziale ottengono la precedenza assoluta rispetto a quelle delle giustizia sociale”.

Sloterdijk – noto al grande pubblico per un grande testo quale Sfere, tradotto in Italia da Raffaello Cortina Editore – affronta questa domanda quando ancora non s’è verificata la catastrofe di questi nostri giorni; la formula quando nessuno “avrebbe mai pensato che si sarebbe formata un’alternativa orientale al comunismo”.
L’islam politico – altrimenti definito islamismo, per evidenziarne l’esito ideologico – diventa un surrogato del comunismo perché genera, specie nella vasta area del cosiddetto fast-Jihad, un “collettivo”, un “movimento in senso stretto”, un’internazionale destinata a tutti. Scrive appunto Sloterdijk: “Fa questo presentandosi come patrono dei poveri trascurati spiritualmente e materialmente”. E fa questo nella prospettiva utopica di costruire, annota il filosofo – con un’imprecisione filologica giustificata dalla stagione in cui scrive il libro – “un emirato mondiale”. E’, infatti, “un califfato mondiale” quello con cui facciamo i conti ma, fatta salva l’ignoranza d’obbligo verso ogni sfumatura – la semplificazione è l’unica urgenza – per dirla con Gunnar Heinson, non resta che una considerazione: “La religione fornisce combustibile supplementare per un fuoco il cui combustibile d’avvio non proviene da lei”. Morto un comunismo, dunque, se n’è generato subito un altro: “Pura ideologia vendicatrice che può solo punire, ma non produce niente”.

Sloterdijk risponde infine no alla domanda che pone a se stesso. Il punto di raccolta internazionale dell’ira – nell’era bipolare seguita alla fine del comunismo – non può essere l’islamismo le cui istanze, ancora nel 2006, risultano “regionali”.

I fatti si sono incaricati di completare l’analisi con una chiara smentita al “no” di Sloterdijk. La scena, infatti, trova oggi la propria messa in opera nella guerra civile globale che vede contrapposti l’islam della religione con l’islamismo dell’ideologia. Il filosofo di Zorn und Zeit, individua la prosecuzione del comunismo nello stesso capitalismo: “In base allo stato delle cose solo il capitalismo globale può diventare l’avversario di se stesso”. Appunto, la Guerra al Terrore che non finisce mai.

Fonte: Il Fatto Quotidiano