Non essendo miliardario, non guardando i reality show, non potendo evadere le tasse nemmeno volendo, non avendo per moglie una ex modella, ma avendo, magra consolazione, sufficienti capelli bianchi e neri per evitare ogni discutibile riporto colorato, Donald Trump non è il mio tipo ideale e politico. Però, senza essere americano, altro elemento non secondario, da ragazzo sono stato un lettore ammirato di John Steinbeck e di William Faulkner, i cantori di quell’America povera e disperata in fuga dalla Grande depressione, i contadini dai «colli rossi», i proletari, la classe operaia che la crisi del ’29 colmava di disperazione e di rabbia, l’urlo e il furore della loro protesta, la dignità amara di chi aveva perduto tutto e sognava un’impossibile rivolta sociale. E siccome sono i loro eredi del Duemila che compongono «l’esercito di Trump», i perdenti della globalizzazione in cerca di riscatto, è evidente che il fenomeno Trump va ben al di là del personaggio Trump. Il non averlo capito, il non capirlo, il non volerlo capire, provoca un curioso effetto di straniamento. I poveri divengono ipso facto brutali, la gente semplice, una massa incolta, i pensionati una categoria rancorosa, i disoccupati gente che non vuole lavorare. La grande stampa progressista e ben pensante, buonista e politicamente corretta, quella che ha sempre sulle labbra e sulla penna una parola dolce per gli umiliati e gli offesi, si accorge d’improvviso che gli umiliati e gli offesi puzzano, e non ne sopporta l’odore.

Diciamoci la verità, quella messa in atto contro Trump è stata una vera e propria «macchina del fango»: la moglie dipinta come una troia (non era politicamente corretto, ma andava bene lo stesso), per di più immigrata clandestina, lui come un maniaco sessuale (vecchi video riciclati come nuovi, testimonianze tardive di pizzicotti e complimenti spinti), il suo partito come pronto ogni due per tre a farlo fuori, il suo elettorato come un insieme di utili idioti complessati. Sessanta milioni di americani, già. Si badi bene, tutto questo avveniva avendo come contraltare non Madre Teresa di Calcutta, ma una delle donne e delle famiglie più potenti d’America, la consorte di un presidente a suo tempo sì predatore sessuale, quella che come segretario di Stato fu tra le artefici del disastro libico, la maneggiona che tramite il Comitato nazionale democratico boicottava il rivale Bernie Sanders in corsa per la nomination, la donna dalla più ricca campagna presidenziale della storia… Se era questa la sinistra democratica, ci si sorprende che abbia vinto la destra?

Però, «è così volgare» sospirano i profondi conoscitori degli States (infatti, si è visto…), nonché i vedovi della Clinton e di Obama, anzi degli Obama: come dimenticare «l’orto di Michelle». Più che un giudizio estetico è un pregiudizio da estetista, nel senso di salone di bellezza. Ed è curioso che provenga da quel mondo intellettuale che ha sdoganato ogni estetica del brutto, che va in visibilio per ogni rottame artistico, che applaude ogni «provocazione» (la chiama così) dell’arte contemporanea, che al cinema si esalta con lo splatter, l’eccesso, il cattivo gusto, che non disdegna il porno, i sexy shop e naturalmente legge il marchese de Sade. Irridono all’esteriorità di Trump, senza accorgersi di quanto Donald ci sia dentro di loro. Piaccia o no, Trump in America vuol dire populismo e per quanto in Europa ci si affanni a definire il populismo una patologia della politica, un’altra incarnazione del fascismo, insomma, bisognerebbe cominciare a chiedersi il perché di questa rivolta contro le élites, le classi dirigenti, l’establishment. Quanto cioè quest’ultime rappresentino ancora qualcosa di valido, in grado di dare una risposta che vada oltre se stesse, il loro potere, il mantenimento del loro potere. A rischiare di divenire una patologia è semmai il continuare a definire di destra e di sinistra gli schieramenti in campo, basandosi su una dicotomia che non corrisponde più alla realtà. Il «destrista» Donald è stato a suo tempo un supporter dei Clinton, la «sinistra» (ahimè in tutti i sensi) Hillary trasuda finanza e privilegi da tutti i pori. La vera partita si gioca fra i teorici della globalizzazione e i loro critici e avversari, tutto il resto è fuffa e noia. La fuffa e la noia con cui la stampa del Giornalismo Collettivo Egemone e Permanente riempie quotidianamente le sue pagine e che, essendo composto di analfabeti, l’«esercito di Trump» comunque non legge.

Fonte: Il Giornale