Ora lo sappiamo con certezza: il Mig sovietico abbattuto l’altro ieri dai turchi ha violato lo spazio aereo turco per 17 secondi, il tempo di una virata. Diciassette secondi che avrebbero potuto provocare l’inizio della Terza Guerra Mondiale e se oggi possiamo considerare scongiurato questo pericolo lo dobbiamo solo al senso di responsabilità di Putin, che ha escluso da subito una rappresaglia militare, e di Obama, che ha riconosciuto il diritto di Ankara a difendere i propri confini, ma ha lanciato un ben più vibrante appello alla moderazione e al dialogo in una regione che in pochi giorni è diventata ancor più cruciale e ancor più complicata.

Gli attentati del 13 novembre a Parigi non hanno sconvolto solo noi europei, hanno cambiato le dinamiche nell’area più calda del mondo, quella striscia di terra a cavallo tra Siria e Turchia sotto l’influenza dello Stato Islamico.

Prima solo la Russia combatteva con forza e convinzione l’Isis, mentre la guerra degli altri Paesi occidentali – Stati Uniti e Francia in primis – appariva molto blanda e inficiata da una linea talmente contraddittoria da apparire assurda: pretendevano di combattere al contempo l’Isis e Assad. Dopo la strage al Bataclan, Hollande ha rotto gli indugi e si è schierato con Putin, al punto che i comandi militari russi e francesi hanno ricevuto l’ordine di collaborare attivamente. Lunedì per la prima volta è stata bombardata una colonna di camion che portava il petrolio che l’Isis estrae dai pozzi dell’Irak e che vende illecitamente. A chi? Lo avrete già intuito: alla Turchia, che non ha affatto gradito. Come non gradiscono l’ingerenza franco-russa le altre due potenze della regione – il Qatar e l’Arabia Saudita – che da sempre sostengono militarmente ed economicamente lo Stato Islamico. Ma Doha, Riad e Ankara sono alleati dell’Occidente e questo rappresenta l’aspetto più critico di tutta la vicenda.

Semplifichiamo: tre Paesi “amici” sostengono la destabilizzazione di una regione del mondo e in nome di un’ideologia religiosa – il fondamentalismo sunnita – che rappresenta la versione più estrema, ingiusta e prevaricatrice dell’Islam. Tre Paesi che indirettamente si oppongono alla Francia e soprattutto alla Russia, al punto di indurre uno dei tre ad abbattere un aereo militare di Mosca, peraltro alla vigilia della visita ad Ankara del ministro degli Esteri russo.

Il quadro è non solo complesso ma molto pericoloso. Lascia intravvedere il rischio di un vero e proprio scontro di civiltà che parte dalla Siria, passa per il terrorismo in Europa e rischia di divampare in altre zone. Putin lo ha capito per primo, avendo ampie comunità islamiche nel sud della Russia, e ha rotto gli indugi contro l’Isis. Ora tocca a noi occidentali. E soprattutto agli americani, il cui atteggaimento è stato ondivago: fino a poche settimane fa appoggiavano le fazioni anti Assad, ufficialmente solo quelle “moderate” (ma di moderati tra i ribelli islamici se ne vedono ben pochi), di fatto tutte, incluse l’Isis e , per quanto possa apparire paradossale, persino Al Qaida.

Ma nelle ultime settimane qualcosa sembra essere cambiato a Washington. I falchi hanno perso influenza a vantaggio dell’ala pragmatica, a cui sembra appartenere lo stesso presidente. Per la prima volta negli ultimi 15 anni, la Casa Bianca appare divisa e sul punto di distaccarsi dalla linea strategica impostata dall’Amministrazione Bush. L’incontro di martedì notte tra Hollande e Obama avrebbe dovuto sancire una tappa importante in questa direzione ma l’abbattimento da parte dei turchi del jet russo – la cui tempistica appare non casuale – ha spostato il focus dell’incontro, sebbene non la necessità di un chiarimento da parte statunitense.

Questo non è più il tempo dei distinguo. Il mondo si aspetta che l’America decida se lo Stato Islamico è davvero il nemico da abbattere, più ancora di Assad, come pensano Putin, Hollande e la maggior parte dei Paesi europei. Il mondo sa che gli Stati Uniti sono l’unica potenza capace di farsi ascoltare dalla Turchia, dal Qatar e dall’Arabia Saudita e di spegnere un incendio che ha già provocato decine di migliaia di morti, milioni di profughi e che ha portato il terrorismo nel cuore dell’Europa. Il prezzo pagato è già fin troppo alto. Tocca a Obama dimostrare di essere un grande Presidente, un Presidente davvero di pace.

Fonte: Il Giornale