Caro Dago,

nel mio romanzo “La vita è un ballo fuori tempo” mi sono divertito a inventare un quotidiano (“La Patria”) eccessivamente e insopportabilmente filogovernativo, che straparla di ottimismo e speranza, bene e positività, e che si riduce a pubblicare tutto quello che desiderano il Premier Bacarozzi e la Ministra delle Riforme del Bene Elena Pia Bozzo. Credevo di avere esagerato, ma ho subito cambiato idea quando ho visto l’attuale Unità. La realtà, del resto, supera quasi sempre la fantasia (e la farsa). Soprattutto in Italia.

Mario Giordano sul Giornale e Daniela Ranieri sul Fatto hanno ampiamente crivellato l’imbarazzante pagina delle lettere curata da Renzi su L’Unità, una roba al cui confronto Zdanov era illuminato e il Minculpop era sin troppo tollerante. C’era persino un lettore (come no) che rimpiangeva la chiusura di Europa, perversione che verosimilmente prova soltanto Stefano Menichini (che magari era pure l’autore della lettera sotto pseudonimo).

Renzi, al cui confronto il mio Bacarozzi – per quanto tronfio e ridicolo – assurge a statista, risponde ai fans con la nota pochezza di cui è goffamente intriso: cita Califano (“Tutto il resto è noia”), difende la riforma della scuola ed esorta a mangiare gnocco fritto perché lui lo fa sempre e neanche è ingrassato (deve avere degli specchi molto misericordiosi). Il contenuto politico di Renzi è quello di un fan ripetente dei Righeira, che per darsi un tono ha imparato a memoria qualche testo a caso di Eros Ramazzotti. Poveraccio.

Appartengo ai tanti che, negli anni Novanta, compravano L’Unità anche solo per non perdersi nemmeno un numero della rubrica in prima pagina di Michele Serra. Ho ancora la raccolta vhs dei film scelti da Walter Veltroni (e persino gli album Panini, ebbene sì lo confesso). In tanti hanno scoperto Marco Travaglio con la sua rubrica sull’Unità. Era un giornale molto bello, almeno fino alla direzione di Antonio Padellaro. Poi, inesorabile, la slavina. Il crollo. Ecco: L’Unità attuale riesce nel risultato apparentemente impossibile di peggiorare il livello già miserrimo degli ultimi anni.

E’ una Pravda involontariamente comica, che sembra scritta e ancor peggio concepita dal ghostwriter di Pina Picierno. In una pagina si parla di “ripresa”, in quell’altra di “ottimismo”. Pare un raggelante mix tra una frase-Smemoranda di Farinetti, una strofa minore di Jovanotti e i baci Perugina. Però peggio. Molto peggio. Non stona, in tal contesto, qualche articolessa dei pretoriani debole del già debolissimo Renzi, tipo l’hooligan del niente Francesco Nicodemo, che prima della vittoria del “no” al referendum greco maramaldeggiava contro Tsipras sicuro che avrebbero vinto i “sì”: certa gente ha un talento accecante per non beccarne una, neanche per disgrazia.

Il buon Massimo Gramellini, non senza affetto, mi ha rivelato giorni fa di avere provocatoriamente proposto il mio nome ai nuovi capi de L’Unità come direttore. Sarei stato, secondo lui, un buon agitatore e provocatore, in grado di trasformare quel giornale in una sorta di “Foglio di sinistra”. Ovviamente nessuno me l’ha proposto (sarebbe stato come chiedere a Zeman di allenare la Juve) e, in ogni caso, non ne sarei stato minimamente in grado. Non ho né la voglia né il talento per farlo E – soprattutto – neanche ci penso a lasciare Il Fatto, l’unico giornale in cui posso e potrei scrivere (in assoluta libertà). Devo però anche dire che, visto il risultato finale, fare peggio sarebbe stato impossibile. Persino Rondolino avrebbe volato più alto (forse).

Il mio – e non solo mio – dolore autentico nel vedere com’è ridotta L’Unità attuale è acuito dal fatto che, in quel giornale, scrivono qua e là giornalisti dotati e meritevoli di ogni fortuna, solo che vengono travolti pure loro dalla smisurata pochezza del contesto generale. PIù che un quotidiano dalla nobile tradizione, L’Unità sembra oggi un covo di bimbominkia renziani fuori massimo. E non lo scrivo certo con gioia. La direzione attuale pare quasi bearsi di non essere mai stata intaccata da qualsivoglia desiderio di onestà intellettuale: povera Unità, povera “sinistra”. E più che altro povero Antonio Gramsci.

Fonte: Dagospia