I regnanti sauditi sono degli ingrati. Negli ultimi anni hanno attaccato più volte Barack Obama, “colpevole” di non aver imboccato la strada della guerra contro Iran e Siria. Dovrebbero piuttosto baciare mani e piedi al presidente americano uscente che, contro le promesse di cambiamento fatte nel suo celebre discorso del 2009 al Cairo, ha ulteriormente rafforzato due storici alleati degli Usa in Medio Oriente. Ha venduto ai sauditi armi per 110 miliardi di dollari e garantito a Israele il piano di aiuti militari più ampio (38 miliardi di dollari in 10 anni) mai concesso dagli Usa a un altro Paese. A Riyadh però ha fatto anche un altro regalo: la completa immunità. Venerdì notte il presidente ha messo il veto al disegno di legge approvato dal Congresso a larga maggioranza, con un voto bipartisan, che consente alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di fare causa all’Arabia Saudita che le indagini svolte dopo gli attentati collegano agli attentatori di al Qaeda. I tribunali americani, se fosse approvata la legge, non terrebbero conto delle tutele a garanzia di un Paese straniero quando un atto di terrorismo si verifica all’interno dei confini degli Stati Uniti.

Il passo getta un’altra pesante ombra sulla politica estera della presidenza Obama e rappresenta uno schiaffo in faccia alle famiglie delle vittime degli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono. Riyadh, se il veto di Obama non sarà aggirato, potrà sottrarsi a cause di risarcimento per miliardi di dollari. Deboli le motivazioni offerte dall’Amministrazione Usa. «Nel lungo termine (quella legge) esporrebbe i diplomatici Usa in tutto il mondo a una serie di cause false e pretestuose col pericolo di processi farsa», ha spiegato il portavoce Josh Earnest. L’Amministrazione in sostanza sostiene che il precedente metterebbe a rischio la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. In realtà Obama ha semplicemente graziato un Paese che, pur essendo un riferimento ideologico per il jihadismo e invischiato nel finanziamento e armamento di gruppi radicali sunniti che combattono in Siria, Iraq e nel resto della regione, era e resta un alleato prezioso degli Usa. Riyadh non ha reagito alle notizie giunte dagli Usa. Nei mesi scorsi però il ministro degli esteri, Adel Jubeir, aveva minacciato pesanti rappresaglie economiche contro gli Stati Uniti, a partire dal ritiro di investimenti e fondi sauditi per centinaia di miliardi di dollari.

Quindici dei 19 kamikaze dell’11 settembre erano sauditi. E sei funzionari dell’ambasciata saudita negli Usa, secondo un rapporto di 28 pagine rimasto segreto per lungo tempo, avrebbero offerto sostegno logistico ad alcuni degli attentatori. Invece per i vertici della Cia ed evidentemente della Casa Bianca non ci sarebbero prove per «affermare che il governo saudita come istituzione o alti responsabili sauditi individualmente abbiano sostenuto gli attacchi dell’11 settembre». Un’opinione del ruolo di Riyadh che non è condiviso dalle famiglie delle vittime mentre Democratici e Repubblicani annunciano di voler andare contro il veto di Obama. Il senatore Richard Blumenthal si dice convinto che il Congresso supererà un veto che nega agli americani l’opportunità di portare in giudizio i responsabili di attentati senza precedenti. E le possibilità che il veto venga rovesciato sono molto elevate.

La vicenda peraltro ha causato il primo vero strappo di Hillary Clinton nei confronti di Obama. I responsabili della sua campagna per le presidenziali hanno comunicato che se la candidata democratica verrà elettà firmerà la legge che permette di fare causa all’Arabia Saudita. Accusata di non brillare di luce propria e di voler dare vita a una sorta di “terzo mandato” di Obama, Clinton in questo caso ha deciso di smarcarsi dal presidente, anche per non lasciare il delicatissimo tema delle famiglie delle vittime dell’11 settembre al rivale repubblicano Donald Trump lesto ad annunciare che non avrà alcun riguardo per i sauditi se andrà alla Casa Bianca.

Il veto di Obama e il tentativo estremo di salvare Riyadh pesano ancora di più se si tiene conto che l’ultima relazione annuale sul terrorismo, diffusa prima dell’estate dal Dipartimento di stato, evidenza che gli sforzi degli alleati di Washington nel Golfo sono stati minimi e che Paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar e il Kuwait non hanno bloccato le linee di finanziamento alle organizzazioni terroristiche all’interno dei loro confini. I fondi per al Qaeda, Isis e altre organizzazioni radicali continuano ad essere raccolti in questi Paesi in molti modi, attraverso appelli sui social fino ai corrieri che sfruttano persino i pellegrinaggi alla Mecca per muovere grosse somme di denaro in contanti

Fonte: Il Manifesto