L’ultimo capolavoro politico della sinistra romana (dunque, italiana) consiste nella scelta di farsi identificare con il volto e l’allure di Giovanni Malagò, presidente del Coni e ancor di più del Circolo Canottieri “Aniene”, massimo precipitato di borghesia in una città che non ha mai conosciuto una classe affluente degna di se stessa, ignara perfino dell’esistenza di Max Weber. D’altronde, non deve essere un caso se proprio il quartiere “bene” dei Parioli sia stato di recente uno dei rari atolli di tenuta elettorale di ciò che rimane del partito che, nel tempo, ha avuto modo di declinarsi con immenso dispiego alfabetico: Pci, Pds, Ds, Pd… Va da sé che il riferimento è alla vicenda della candidatura delle olimpiadi 2014. Finita con un buco nell’acqua di Fregene per chi, come la sinistra, aveva tanto sperato nella riuscita dell’evento, anzi, nei suoi preliminari burocratici. Domanda retorica: sarà forse un caso se perfino un avversario dei 5stelle come il sottoscritto non può esimersi dall’applaudire la scelta della sindaca Raggi che consegna un notevole “NO” in volto all’idolo implicito della sinistra cittadina? La medesima sinistra che ha avuto in Veltroni e in Giovanna Melandri il massimo punto di abisso intellettuale contrabbandato invece per una nuova Macondo?

Questo per dire che le premesse della pulsione masochistica precedono di gran lunga l’arrivo di Matteo Renzi. Il passo successivo, se davvero i grillini volessero definitivamente entrare nei nostri cuori, dovrebbe contemplare la richiesta ufficiale di abolizione del campionato di calcio, se è vero come è vero che anche lì, tra i pali ideali del mondo del pallone, ben più che nell’ambito olimpico e olimpionico, la corruzione è, direbbe Concita De Gregorio, ossia la Joni Mitchell della sinistra alla zuppa di farro, pane quotidiano. Sappiamo bene che la base elettorale della Raggi, della Taverna e Di Maio non è composta da soli duchi di Castro, conti di Ciampino e marchesi di baldacchino, al contrario molti di loro, accanto a scie chimiche, microchip sottopelle, rettiliani e maioliche di Predappio, custodiscono anche, proprio dietro al lunotto dell’auto, il bruco con i colori della magica squadra, tuttavia avanzare i nostri desiderata, sebbene estremi, viste le premesse non dovrebbe essere più peccato mortale rispetto ai luoghi comuni di massa. Ma stavamo dicendo della sinistra che ha scelto di sostituire i poster dell’amato sindaco comunista Luigi Petroselli e idealmente anche di Che Guevara con i banner di Malagò in blazer spezzato, cioè il volto massimo del “generone” che si impone nel controluce delle concessionarie d’auto di lusso affacciate su Villa Borghese e l’infilata delle dune di Sabaudia con la sua bella gente. L’unico laico, forse, che si inginocchia per baciare l’anello papale in tempi in cui neppure i parroci del Tufello più lo farebbero. Perché mai una sinistra così? Magari per scavare definitivamente la fossa a se stessa, quasi non fossero bastate le vicende di “mafia capitale”, il rapporto impietoso di Fabrizio Barca sullo stato di molti circoli cittadini del Pd, sovente gestiti da soggetti degni dei lestofanti interpretati un tempo da Mario Carotenuto?

Lo fa in nome della costruzione del consenso, anzi, come direbbe Veltroni in nome della “vocazione maggioritaria”, ossia l’abbassamento d’ogni difesa immunitaria intellettuale e dell’abbraccio con i ceti che si ritengono affluenti, e da qui discende la questione dello sport. Nel suo conformismo pop, la sinistra ritiene che i feticci di massa non debbano essere mai messi in discussione. Provo a spiegarlo con due esempi, uno grande e uno piccino. Togliatti mortificava Luigi Longo, leggendario comandante della guerra di Spagna e poi della Resistenza, chiedendogli a bruciapelo: “Cosa ha fatto ieri la Juventus?”, e, davanti a un Longo che restava in silenzio, rincarava: “Ma come, sei il vicesegretario generale di un grande partito di massa e ignori gli esiti di una grande squadra popolare!”. Dimenticavo, Togliatti, oltre a essere stato massimo dirigente del Comintern, era tifoso bianconero. L’esempio più piccolo riguarda invece colui che scrive: sarà stato, metti, il 1994 e c’era Berlusconi al governo e così alcuni nichilisti sperarono nell’eliminazione immediata degli Azzurri. Ricordo un dibattito radiofonico con un Luciano Lama che bollò di “spirito antinazionale” le mie parole. E tutto questo sempre in nome del consenso. Anche Lama era della Juve. Dovrà pur far riflettere la percezione dell’intatto consenso custodito dal Movimento 5 stelle nonostante questi signori, forti perfino della loro impreparazione al limite dell’analfabetismo, abbiano spezzato l’ottavo sigillo dell’intoccabilità del feticcio dello sport tra Tor Sapienza e Vigna Clara, e perfino tra Trastevere e Campo Marzio? Non sarebbe stato tutto più semplice, meno indolore, se Veltroni e i suoi succedanei, dunque per estensione anche Renzi, avessero scelto di tenere il poster con dedica di Malagò a bordo di un Riva “Aquarama”, come un caro ricordo privato delle grigliate al tramonto sul Circeo, soltanto nelle loro camerette, o no?

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