Nel periplo dell’assedio di Mosul si concentra la questione mediorientale. La pianura di Hammam Alil, di un’ocra pallido e smunto, è spazzata da un vento che solleva colonne immense di fumo nero dai pozzi di petrolio incendiati dall’Isis. Non si respira ma un odore ancora più pungente attanaglia la gola e lo stomaco. Il comandante Salah, fermo davanti a un blindato azzurro con il vessillo sciita di Alì, vuole mostrarci il suo trofeo: i corpi dei jihadisti uccisi in battaglia. Avvolto in una coperta rossa, uno dei cadaveri appare frantumato, probabilmente da un missile anti-carro russo Kornet. Forse il nuovo presidente Usa non lo sa e magari neppure quello uscente ma i militari iracheni usano missili fabbricati da Mosca. Sono stati i Kornet che hanno ha permesso l’avanzata a Mosul contro il Califfato: sono capaci di perforare uno strato di metallo con lo spessore di circa un metro, fermando anche le autobomba blindate. Gli iracheni li hanno nel loro arsenale da molti anni e le truppe di Saddam Hussein avevano impiegato i Kornet contro gli Abrams durante l’invasione Usa del 2003. Oggi li hanno montati sui Suv dell’esercito americano. Se Trump dovesse allearsi con Mosca su questi campi di battaglia, sa già dove trovare le armi. Ma probabilmente si illude, come ha detto in campagna elettorale, che i suoi generali possano in un mese fare fuori il Califfato:

«Se va tutto bene mi aspetto che Mosul possa essere liberata in tre mesi»

Ha detto in un’intervista Massud Barzani, presidente della regione curda. Il comandante iracheno Salah offre con grande cortesia un passaggio verso la linea del fronte con il suo blindato, l’unico modo per arrivarci. Dentro stiamo stretti, con la schiena massaggiata dai Kornet di riserva stipati nell’abitacolo. Fuori si sentono sempre più vicini i colpi dell’artiglieria pesante dei carri armati che tentano di snidare i jihadisti dalla collina di fronte di Al Ghassur. In un’ansa del Tigri all’improvviso ci troviamo allo scoperto e il comandante decide che proseguire è pericoloso. Mosul con le trincee dei jihadisti non l’abbiamo avvistata e solo da lontano si intuisce che a cinque chilometri c’è l’aeroporto dove secondo le foto satellitari l’Isis ha spazzato via le ultime abitazioni con l’esplosivo e scavato nuove difese. Una guerra di posizione dove le truppe della coalizione avanzano passo dopo passo: nel quartiere di Mosul di Gogjali, conquistato ormai da diversi giorni, la Golden Division dell’esercito iracheno è ancora attestata vicino all’antenna della televisione di Stato. Sul campo di battaglia, soprattutto in Medio Oriente, le cose vanno un po’ diversamente rispetto ai dibattiti elettorali tra i candidati. Questo lo sapeva bene la signora Hillary Clinton che aveva già sbagliato tutti i calcoli della guerra per procura in Siria contro Assad e anche di quella in Libia. Chissà cosa direbbero i due se vedessero passare su questa strada i pick up delle milizie sciite, alcuni con la bandiera gialla degli Hezbollah, il braccio armato in Libano e in Siria di Teheran, che ora sono anche qui nell’assedio di Mosul a far valere le loro ragioni, ben armate, contro i sunniti e non solo quelli del Califfato.

Il neopresidente ha dichiarato che nella lotta al terrorismo vorrebbe mettersi d’accordo con Mosca e forse pure con Bashar Assad, l’alleato storico dell’Iran, a sua volta nemico giurato dei sauditi e di Israele, da sempre i due pilastri della politica estera Usa nella regione. Non solo, dovrebbe pure accontentare Erdogan che vuole partecipare alla presa di Raqqa in Siria e a 15 km da qui ha piazzato una base militare turca. Non c’è da meravigliarsi se i curdi iracheni abbiano chiesto subito a Trump un aiuto militare per i loro peshmerga: quando il Califfato nel 2014 ha occupato Mosul ed è avanzato a mezz’ora di auto da Erbil, a difenderli sono scesi dalla montagna di Qandil i confratelli del Pkk, l’organizzazione fondata Abullah Ocalan, che sul lato turco sono considerati i peggiori terroristi mentre sul versante iracheno sono dei combattenti per la libertà che però procurano troppi guai con la Turchia a Barzani. Gli unici che in questo momento festeggiano sembrano proprio gli abitanti di Hammam Alil. La fine dello Stato Islamico ha riportato per strada uomini, donne e bambini. Nessuno porta la barba, obbligatoria con l’Isis, e molti esibiscono folti baffi, l’ornamento maschile più diffuso all’epoca di Saddam. Eppure questo sentore di libertà è frenato dai problemi quotidiani: manca la luce e la gente si affolla quando arriva il cibo della Mezzaluna Rossa. Questa è anche la città degli orrori: qui, alla Facoltà di Agraria, dove l’Isis incarcerava e torturava, è stata trovata una fossa comune dove ogni giorno affiorano corpi martoriati e decapitati. Un tempo Hammam Alil era una stazione termale e in una vasca di pietra, prima riservata soltanto ai jihadisti, adesso si tuffano i ragazzini. Dicono che è un’acqua solforosa miracolosa: ce ne vorrà molta per lavare le ferite fisiche e psicologiche lasciate dallo Stato Islamico.

Fonte: Il Sole 24 Ore