Sulla carta è l’incontro del rinnovamento, dello sguardo rivolto al futuro e del ricambio generazionale. In realtà i circa 1500 delegati al VII Congresso di Fatah che si è aperto ieri a Ramallah, a sette anni di distanza dall’ultimo tenuto a Betlemme, sanno già che i cambiamenti saranno cosmetici, non strutturali, e che ha ben poche possibilità di realizzarsi la nuova «piattaforma politica» (di cui si vocifera da tempo) del movimemento che per decenni ha dominato la scena politica palestinese, dentro e fuori i Territori occupati, prima di entrare in crisi con il fallimento degli Accordi di Oslo e cedere terreno al movimento islamico Hamas. L’ostacolo più grande per le ambizioni di Fatah, spina dorsale dell’esecutivo dell’Anp, di recuperare i consensi perduti resta la politica oltranzista del governo israeliano che mina i pilastri del fronte «moderato» palestinese. Pesano però anche le rivalità, talvolta feroci, nel movimento mentre da un carcere israeliano, dove sconta l’ergastolo, segue quanto accade a Ramallah Marwan Barghouti, il dirigente di Fatah che per prestigio e capacità politica è in grado di rilanciare il movimento e di ottenere i consensi per diventare un presidente sostenuto dai palestinesi.

L’invecchiamento della leadership di Fatah – a cominciare dall’81enne presidente dell’Anp Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che è stato riconfermato ieri pomeriggio presidente di Fatah – apre la strada ai più giovani nel Consiglio rivoluzionario (132 membri, braccio legislativo) e nel Comitato Centrale (23 membri, braccio esecutivo). Tuttavia è opinione diffusa tra i palestinesi che il congresso servirà al presidente Abu Mazen soprattutto per allontanare i sostenitori del suo principale avversario Mohammed Dahlan – espulso dal movimento qualche anno fa e che, si dice, con l’appoggio di Egitto, Giordania ed Emirati punta a tornare a giocare un ruolo di primo piano nelle vicende politiche palestinesi – e per consolidare la sua posizione allo scopo di orientare Fatah nella scelta del suo successore. I pretendenti al trono non sono pochi, alcuni noti come Jibril Rajoub e Tawfiq Tirawi, altri quasi sconosciuti, come il capo dell’intelligence Majd Faraj. Tutti uniti nel contrastare il rientro nel movimento di Dahlan – concorrente temibile, grazie alle ingenti risorse che gli mettono a disposizione i “fratelli” arabi – tutti troppo poco stimati dalla popolazione per aspirare alla presidenza palestinese. Abu Mazen farà terreno bruciato intorno a Dahlan badando allo stesso tempo a non mostrarsi più favorevole verso un pretendente alla presidenza rispetto ad un altro. «Abu Mazen con ogni probabilità vincerà questa sfida, ciò però non significa che diventerà più forte sul terreno e più popolare tra la gente» spiega al manifesto Hamada Jaber, analista del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah.

«Il Congresso di Fatah è un appuntamento importante per i dirigenti e militanti del movimento – aggiunge Jaber – ma non per la maggior parte della popolazione che è distante dalla politica e soggetta ogni giorno alle conseguenze dell’occupazione militare israeliana»

In alcuni campi profughi, come Balata e Jalazone, e nella città di Nablus, ricorda l’analista, «ci sono state di recente vere e proprie insurrezioni contro l’Anp e le sue forze di polizia». A ciò si abbina la profonda avversione che provano un po’ tutti i palestinesi verso il coordinamento di sicurezza dell’Anp con Israele. Il Congresso di Fatah forse ne chiederà di nuovo l’interruzione ma andrà avanti ugualmente, come è già accaduto in questi anni per decisione di Abu Mazen. Senza dimenticare che i palestinesi chiedono invano la fine dello disastroso scontro Fatah-Hamas che dura da dieci anni. Sul congresso di Fatah grava la vittoria alle presidenziali Usa di Donald Trump, che non nasconde il suo appoggio alla linea ultranazionalista del governo Netanyahu e in campagna elettorale ha assicurato che trasferirà l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme che sarà riconosciuta come capitale di Israele.

«Se Trump manterrà le promesse, ciò si rifletterà negativamente sulla tenuta della leadership di Abu Mazen – prevede il docente di scienze politiche all’università di Bir Zeit, Ghassan Khatib – la nuova Amministrazione americana potrebbe dare il colpo di grazia al cosiddetto campo moderato palestinese e alla soluzione dei due Stati, Israele e Palestina, che sempre più persone ritengono impraticabile a causa delle politiche di occupazione (di Israele)».

Trump negando appoggio alla legalità internazionale e alle risoluzioni Onu indebolirà ulteriormente Abu Mazen che sulla soluzione dei «Due Stati» ha fondato per oltre 20 anni tutta la sua strategia. E l’esito del Congresso di Fatah a Ramallah, qualunque esso sia, si rivelerà ininfluente su tutto ciò.

Fonte: Il Manifesto