Se martedì 30 giugno, salvo rinvii incombenti, venisse firmata l’intesa sul nucleare dell’Iran, questo sarebbe davvero un brutto colpo per l’Arabia Saudita e Israele ma anche per il Califfato e i jihadisti sunniti, i cui maggiori nemici, oltre ai curdi, sono proprio gli sciiti militanti: dalla repubblica islamica degli ayatollah agli Hezbollah libanesi, dal regime alauita di Damasco di Assad ai ribelli Houti dello Yemen. In apparenza un’intesa per mettere sotto controllo il nucleare iraniano dovrebbe tranquillizzare i rivali sunniti del Golfo e lo stato ebraico, in realtà questo accordo, sempre che si faccia, rilancia l’Iran, alleggerito dalle sanzioni, nel grande gioco internazionale. Siamo a un punto di svolta perché si comincia a delineare una parte fondamentale del rebus mediorientale, le cui guerre sono arrivate a insanguinare il cuore del continente. Tra Arabia Saudita e Iran, l’Occidente è chiamato a scegliere nel conflitto tra sciiti e sunniti all’origine dell’attuale destabilizzazione mediorientale. È un po’ come stare tra Scilla e Cariddi, navigare pericolosamente tra un gorgo e uno scoglio: da una parte l’Iran, che dalla rivoluzione islamica del 1979 di Khomeini ha rappresentato per tre decenni la roccaforte anti-occidentale dello sciismo; dall’altra l’Arabia Saudita, custode di Mecca e Medina, il più oscurantista dei Paesi arabi, bastione del wahabismo, versione retrograda e ultra conservatrice dell’Islam. Insomma siamo stretti tra due integralismi, con la differenza che quello iraniano oggi è nemico dei nemici dell’Occidente, cioè del Califfato e dei jihadisti, la cui ideologia, affine all’Islam ultraortodosso saudita, è un’utopia reazionaria contraria a ogni versione moderata e riformista della religione del Profeta.Ma il rebus è assai complicato da sciogliere proprio per gli interessi occidentali. L’Arabia Saudita e le petromonarchie del Golfo sono tra i maggiori investitori in Europa, rappresentano i ricchi clienti delle nostre industrie di armi e sono da sempre strategici fornitori di petrolio. I rapporti politici con il Golfo sono ambigui fino dagli anni ’80 quando Stati Uniti ed Europa appoggiarono l’attacco iracheno di Saddam all’Iran: quel primo conflitto nel Golfo, durato otto anni con un milione di morti, fu l’apertura in grande stile della guerra tra sciiti e sunniti. Allora l’Occidente e gli americani decisero di non scegliere: si vendevano armi agli iracheni ma anche all’Iran. Dal conflitto, per la teoria del “doppio contenimento”, non dovevano uscire né vinti né vincitori.

Allo stesso tempo Riad era diventato il grande alleato degli Stati Uniti contro l’Urss dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979: i sauditi spesero 4 miliardi di dollari per appoggiare i mujaheddin contro l’Armata Rossa e le monarchie del Golfo altri 50 per sostenere un Saddam Hussein che alla fine del conflitto con l’Iran era così indebitato fino al collo da decidere l’invasione del Kuwait nel’90. Questo “equilibrio”, come si vede molto precario, manovrato dall’Occidente e dagli Stati Uniti, è stato rotto dall’invasione americana dell’Iraq del 2003 che ha consegnato il Paese alla maggioranza sciita esautorando i sunniti. Tutto quello che vediamo oggi è una lotta tra chi vuole conservare le posizioni raggiunte, gli sciiti, e le potenze sunnite che cercano una rivincita frammentando l’Iraq e tentando di abbattere in Siria Bashar Assad. Il califfato e i jihadisti sono funzionali alla strategia sunnita che ha come obiettivo sconfiggere l’Iran e tenere lontani da casa propria estremisti che contestano le monarchie arabe. Anche per questi motivi la coalizione internazionale anti-Isis per le potenze sunnite è una fiction. Perchè mai dovrebbero bombardare i jihadisti nemici dell’Iran? Casomai li aiutano, in Iraq, in Siria, in Yemen, tutti campi di battaglia di una guerra per procura in corso da anni. Se ne libereranno, se ci riescono, più tardi. L’espansione del Califfato è stata resa possibile dagli errori dell’occidente, con l’invasione Usa dell’Iraq e la disgregazione, sull’onda delle primavere arabe, di stati come la Siria, accompagnata da quella di Yemen e Libia. Oggi restano quattro sole potenze regionali: Turchia, Iran, Israele e Arabia Saudita e di queste soltanto l’ultima è araba. Ognuna ha i suoi obiettivi. La Persia dominare il Golfo, la Turchia espandere la sua influenza nel Nord della Siria e dell’Iraq, l’Arabia Saduita mantenere la leadership religiosa e ideologica del mondo musulmano, Israele garantirsi a ogni costo la sopravvivenza. Gli Stati Uniti, che non hanno più bisogno del petrolio mediorientale, hanno deciso di “guidare da dietro” questa transizione, mentre Mosca tiene le posizioni soprattutto in Siria con la base di Tartous. Quanto all’Europa oggi appare un cliente degli Stati del Golfo: non li influenza più, anzi ne è influenzata sotto il profilo economico ma anche politico. Ecco perché la guerra al Califfato e al terrorismo è così ambigua e finora tutto sommato inefficace. Vedremo tra qualche giorno se l’intesa possibile tra il Cinque più Uno e l’Iran diventerà una vera svolta o l’ennesimo rinvio delle scelte dell’Occidente

Fonte: Il Sole 24 Ore