Intervista a cura di Bruno Giurato

L’identità storica e politica dell’Italia è fondata su due elementi base: la baruffa e la rimozione. La baruffa, perché la faziosità, il fare la guerra o le pernacchie (o meglio: la guerra e le pernacchie insieme) al vicino è una costante italiana che troviamo praticamente ovunque e da sempre. Un’occhiata allo splendido volume di Giancarlo Schizzerotto, Sberleffi di Campanile, da poco uscito per Olschki potrà confortare in questo giudizio: dai palii “di scherno” nella Toscana del Trecento, alle squadracce col manganello e l’olio di ricino, fino ai servizi completi dei partigiani post 45, comprensivi di rasatura e stupro alle repubblichine.
La rimozione perché, con altrettale regolarità, ogni nuova stagione politica è stata costruita sulla damnatio memoriae di quella precedente. Gli esempi di un’identità storica costruita sull’oblio forzato di quello che c’è stato prima sono anche questi moltissimi. Una perfetta -e perfino ovvia e noiosa nell’aderire a un modello- applicazione del concetto freudiano di “rimozione”. La politica, la pubblicistica, la storiografia italiana sono spesso costruite su un fondo di appartenenza ideologica e identitaria che è l’esatto contrario della critica. E anche del pensiero.
Ma naturalmente ci sono delle eccezioni. Una di queste è Giordano Bruno Guerri. Individualista, libertario, vicino, da sempre e “de core”, alle posizioni dei Radicali, ha ottenuto fama e successo come storico con la sua biografia del Giuseppe Bottai, il “ministro della cultura” del fascismo. Ora è il presidente della fondazione del Vittoriale con risultati, in termini di marketing culturale oltre che di valore scientifico, notevoli. L’argomento del nostro Dossier è l’occasione per fare due chiacchiere con lui sull’ineliminabile faziosità italiana.

In Russia, nella parata annuale sulla Piazza Rossa sfilano insieme le bandiere dello Zar, quelle dei Partito Comunista, quelle della Russia attuale. In Italia ogni stagione successiva si attua sulla rimozione della precedente

E invece sono sempre stato uno studioso di periodi storici “bui”. Essendo bui bisogna illuminarli. Ma battute a parte in Italia c’è sempre la damnatio memoriae del passato, dai Guelfi e Ghibellini a mille divisioni, fino ai campanili e allo sport. Ma per capire l’origine di queste contrapposizioni in ogni aspetto dello scibile umano dobbiamo risalire alle divisioni delle città comunali: un confine ogni dieci chilometri.

Un sistema di potere labirintico

L’Imperatore, il Re, quando non tutti e due. E poi il Papa, i feudatari. Il cittadino doveva soggiacere a un sacco di poteri in contrasto. Tutto questo ha provocato la nostra divisione su tutto.

Quindi in Italia finiamo per non conoscere la storia, perché ne rimuoviamo una parte, oscurandola, ad ogni cambio di epoca?

Esattamente. Abbiamo un milione di esempi

Ecco, un esempio?

Il brigantaggio meridionale. Per un secolo e mezzo ci hanno raccontato il Risorgimento come una passeggiata trionfale, e il brigantaggio come una serie di episodi di criminalità pura. E invece il brigantaggio, bisognerà dirlo, è stato una forma di resistenza a un invasore.

I Borboni non erano il male assoluto, quindi?

Certamente avevano delle forme di governo piuttosto arcaiche. Ma avevano anche non poche forme di tollarenza e di viver civile. Erano lo stato che non faceva guerre. Avevano una grande flotta mercantile, delle industrie e una buona riserva di danaro, che venne saccheggiata dall’Italia del Nord: lo stato unitario certamente depredò il Sud, che venne risarcito dopo decenni e decenni. Ma vorrei farle un caso più recente.

Quale?

Naturalmente il fascismo. Che si è cominciato a studiare dopo decenni, con Renzo De Felice, e anche con i miei lavori, solo nel 1976. Con il libro di De Felice sul consenso si è cominciato ad ammettere che gli italiani erano in buona parte fascisti. E con il mio libro su Bottai si cominciò ad ammettere che esisteva una cultura fascista. Adesso, quarant’anni dopo, al museo di Salò, ho ritenuto opportuno far allestire una mostra sul culto del Duce. Un fenomeno che conosciamo.

E l’hanno contestata

Hanno detto che è una mostra che rinfocolerà le nostalgie, ci sono state contestazioni molto dure.

Un paradosso: non è che l’antifascismo (in forme patinate, vintage, strumentali) è più in voga adesso di trent’anni fa?

Non ho questa sensazione. Quella dei contestatori di una mostra su Mussolini mi sembra solo una battaglia di retroguardia. Quando facemmo la grande mostra sugli anni 30 a Milano, che fece vedere come nel periodo fascista ci fosse stata una grande architettura successe l’Ira di Dio. Ora qui invece sembra più una polemica sociale: Salò non vuole essere associata all’ultima fase del fascismo.

Quindi nemmeno il fascismo è stato un male assoluto?

Il male assoluto non esiste. Il male assoluto sarebbe il demonio: un concetto religioso che non prendo nemmeno in considerazione. Che in un regime durato vent’anni siano state fatte delle cose nessuno lo può negare.

Anche Togliatti arruolò alcuni degli intellettuali del fascismo nel partito comunista. Ma non ci sono solo i Borboni e il Fascismo. Oggi, si parva licet, lo schema delle fazioni è sempre in moto. Renzi contro antirenziani; Berlusconi contro antiberlusconiani; Mani pulite contro ex-socialisti

Mi sembra evidente, lo leggiamo tutti i giorni. Basta guardare i toni della battaglia nel Pd, o nella lotta a destra tra berlusconiani e antibelusconiani. I popoli hanno un carattere.

Qual è la ricaduta della nostra genetica faziosità sugli intellettuali italiani? Non è che per non finire nella fossa degli impresentabili, gli intellò di casa nostra finiscono per apparire sempre più conformisti e corrivi alle idee comuni?

Anche, ma c’è un altro elemento: il prototipo dell’intellettuale italiano è il Cortigiano. I poeti e i pittori e i filosofi stavano a casa del Principe, a produrre cultura sì, ma per il Principe. Badando bene a non disturbarlo. E’ un marchio che si paga nei secoli a venire.

E poi?

E poi il popolo italiano non è un popolo di rivoluzionari. Non abbiamo mai fatto rivoluzioni. E gli intellettuali non guidano il popolo, ne sono solo un’espressione, ma raffinata. Quindi gli intellettuali “scomodi” da noi sono davvero pochissimi.

Fonte: Linkiesta