Intervista a cura di Malcolm Pagani per Il Fatto Quotidiano

C’è chi non lo ama e chi lo detesta: “Pazienza. Già mi sembra un miracolo da tuffo nella piscina di Lourdes contare su 4 amici 4. Se poi non ricevo un invito in pubblico stappo una bottiglia. Sarò più libero di raccontare lo stato del nostro Guitto Potere”. Tra un trash e un flash, Roberto D’Agostino apparecchia metamorfosi, abissi, scalate sociali, geopolitica e compiacimenti grotteschi da 15 anni. Ne ha compiuti 67 e lavora anche di domenica “perché l’astinenza fa male”. Dalla prima schermata di Dagospia: “La notizia di una querela ricevuta da Striscia” a oggi ha fatto in tempo a diventare esperto in materia di guai giudiziari: “Nella mia vita ho sposato quell’aforisma di Samuel Beckett che dice: ‘’Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò ancora. Fallirò meglio” e “dopo aver cambiato mille vite e tanti mestieri” a definire il proprio: “Mi sento a capo di una portineria elettronica. Uno al cui citofono suonano in tanti. E se la storia che ascolto mi attira e mi attizza, la metto in rete”. Vestito come si conviene a un adepto di Keith Richards, osservando lo skyline del Vaticano all’orizzonte, D’Agostino si diverte a far suonare il sacro e il profano “la bella volgarità e i brutti conformismi in barba a somaraggine e leccaculismi”.

Più la notizia è trash più contatti ci sono?
Magari! Non si dura 15 anni e non si va da nessuna parte solo a colpi di “monnezza”. Vi piace pensarlo, ma non è vero. Se pubblico un articolo cazzuto del Financial Times, una lettera di Bonami sulla Biennale o un Mughini sulle ipocrisie socio-politiche, i risultati arrivano comunque. Anche senza tette & culi. Ciò che la Rete con il suo tempo reale e con il suo stare sulla notizia ha imposto è il rimescolamento continuo delle priorità. Cronaca, esteri, politica, sesso, spettacoli. Non esistono gerarchie prefissate come sui quotidiani cartacei.

In un paese serio, ha detto, Dagospia non esisterebbe.
I giornaloni, con il loro esercito di giornalisti, possono fare tranquillamente 10, 100, 1000 Dagospia al giorno. Ma Corriere della Sera, Repubblica e Stampa, con i loro capitani d’industria in continuo e incestuoso rapporto con uno Stato da cui elemosinare concessioni, questo lusso non se lo possono concedere. Tra una centrale elettrica, una fabbrica di scarpe e una banca, puoi metterti davvero contro Palazzo Chigi? E poi molti paperoni, all’indomani di Tangentopoli, sono entrati nell’editoria per timore della magistratura. Un quotidiano rimane sempre un’ottima arma di offesa e di difesa.

Come nasce Dagospia?
Avevo una rubrica di maldicenze su L’Espresso chiamata “Spia”. Me la tolsero per aver scritto male dell’Avvocato. Lupi e Agnelli. Una storia vecchia come il mondo.

Perso l’Espresso decise di fondare Dagospia?
Molti anni prima, nel 1986, avevo scritto con Renzo Arbore Il peggio di Novella 2000. Era un libro incentrato sul gossip tabloid. Con la rivoluzione informatica il mondo era davvero diventato un villaggio globale e, come nei villaggi di una volta quando per scambiarsi le notizie si bussava alla porta del portiere o ci si incontrava in piazza, il pettegolezzo era di nuovo la principale fonte di comunicazione.

Argomenti?
Chi aveva scopato fuori dal matrimonio, chi era insolvente, chi era scappato di casa con la cognata in calore. Le persone vogliono sapere le stesse cose di ieri, ma vivendo connessi per 15 ore al giorno, le trovano cliccando. Del resto, non c’è comunicazione sociale né cultura alta che non nasca e proliferi sul racconto dei cazzi degli altri. Di più: il pettegolezzo è il fondamento di qualunque società civile.

Nella pratica sente di eccellere?
Faccio quel che posso. L’Italia è un paese che sconta le proprie pene spiando. I fatti degli altri, naturalmente. Dopodiché, massimo cinismo e minimo riserbo. “Dimmi tutto, sarò una tomba!”. Attenzione, però. Da Novella 2000 si è passati alla Buona Novella. Oggi potere e conoscenza coincidono, anche se forse nessuno aveva pensato che questa coincidenza avrebbe fatto del gossip la risorsa strategica della comunicazione post-politica. Del resto, la letteratura è sempre stato un settore molto fortunato del gossip. Da mille portinaie nasce un Proust o un Arbasino, non viceversa. “Ciò che vediamo in Tolstoj, Flaubert, Dickens o Proust”, ha scritto Mary McCarthy, “è la voce di un vicino che racconta l’ultimo pettegolezzo”. E poi, quando invecchiano, i pettegolezzi diventano miti.

Nel suo sito ha raccontato ascese e cadute. I portinai sanno essere cattivi. Ha mai goduto per le disgrazie di qualcuno?
Certo. Per il crollo di quelli che mi hanno portato via tempo e quattrini, sicuramente ho alzato un calice e ballato sulle doppie punte dei capelli. Il tempo è galantuomo. Non vivo nel rancore e mi ricordo tutto. Facendo la somma, mi è andata bene, ma talmente bene che non oso lamentarmi. Come dice Jovanotti, sono un ragazzo fortunato.

Lei lo ha conosciuto bene.
Ai tempi in cui facevo la prefazione dei suoi libri e lui era trattato come lo scemo con il microfono da Michele Serra e compagnia comiziante, eravamo amici. Jovanotti era molto simpatico. Disperato, me lo aveva portato Claudio Cecchetto: “Aiutiamolo”. Dissi sì. Poi un po’ scemo Jovanotti è diventato veramente.

Prego?
Lo ha colto la deriva di Madre Teresa, di Guevara, del messaggio e della lezioncina fabiofazista. Cohen e Dylan non si sono mai azzardati a parlare di politica in maniera diretta. Facevano poesia. In Italia invece la politica è stata un equivoco per para-guru. C’era gente che pensava di farla (franca) alzando un pugnetto chiuso e cantando slogan al ritmo degli Inti Illimani o come li chiamavamo allora, più congruamente, gli Unti alle mani.

Eravamo a Jovanotti.
Sembrava che studiasse per diventare un Battisti da discoteca, è diventato un “celentanino” tromboneggiante le consuete opinioni generosamente generiche, ingenuamente ideologiche, ovviamente sentenziose che ci aspettiamo e che temiamo. “Siate buoni, se potete”. “Vogliatevi bene”. E visto che ci siamo, vogliatene anche agli extracomunitari. Jovanotti era più onesto all’epoca di È qui la festa, Un, due, tre, casino! o Gimme five. Ora è banale, ma almeno ha fatto pace con Serra.

Serra con lei ridisegnò i confini: “D’Agostino è tutto quello che io non sono. Lui ama il look, io la bellezza”.
Sostenevo il tramonto di quei pretesi grandi ideali che funestarono gli Anni 70: quella voglia di terrorismo che armò la penna di Toni Negri. Scrisse che quando si calava il passamontagna e prendeva la P38, si riempiva di “un’emozione febbrile, come aspettando l’amata”. La cosiddetta “democrazia del frivolo” degli Anni 80 riconciliava la tecnologia con il gioco, il potere politico con la seduzione, il sesso con il piacere, il divertimento con la vita. Tutto ciò fece impazzire Serra e quelli come lui. Gridavano al sacrilegio. Mi davano dell’idiota. Trattavano estetica e look come sterco del demonio. Io sono libertino e libertario. Per me ognuno può credere alle stronzate che preferisce.

Anche Serra ovviamente.
Ovviamente. Diciamo che il passaggio epocale dall’universo della parola scritta a quello dell’apparenza lo ha colto impreparato. Sono stati sordi dalle sue parti. Alteri. Lenti. Sprezzanti.

La lentezza è un problema?
Lo diventa se ti muovi in un pianeta che ha sostituito il gettone telefonico con il telefonino, la lettera con la mail, la vita sociale con Facebook. Puoi serenamente pensare che la vita debba essere inchiostro, calamaio e penna d’oca e tenere Marx e Sartre sul comodino, ma non puoi negare che il mondo vada da un’altra parte. A sinistra si sono ripetutamente negati la realtà dei fatti e sono rimasti spiazzati. Gridavano alle anime belle di una parte soltanto e hanno scoperto che i partiti, a iniziare dal loro, erano diventati dei comitati d’affari.

Quanti soldi si muovono nelle cene descritte nei Cafonal di Dagospia?
Prenda Capalbio 2015. La piccola Atene si è trasformata in una Piazza Affari on the rocks. C’erano due renziani da lustrare con la lingua. Il factotum Marco Carrai, star della festa dell’ereditiera Jacaranda Falck Caracciolo e Davide Serra, er mejo fico del bigoncio di quella organizzata dal finanziere Massimo Tosato. Tutto cambia e si trasforma. Anche Capalbio, dove in un’epoca recente non si muoveva nuvola che non volesse il partito Repubblica riunito sotto gli ombrelloni blu dell’“Ultima Spiaggia”, oggi bacia il fondotinta di Barbara D’Urso, purissimo prodotto berlusconiano, folleggiante in casa Caracciolo.

Renzi che potere gestisce?
Ha fatto il maramaldo da bar-sport tra le macerie: rottamare Bersani e D’Alema gli è costato fatica relativa. Erano già arrivati al Fernet. Il cazzone toscano si è illuso di essere in cima al potere ed è stato suonato come una zampogna. Ha mandato affanculo magistratura e quadri intermedi dello Stato. È stato un tragico errore perché adesso quelli si stanno liberando di lui. Purtroppo il potere in Italia non è quella cosa ipotizzata dal sedicente marchese del Grillo Renzi Matteo (Io so’ io e voi nun siete un cazzo). È concertazione, attovagliamento, condivisione. A Renzi l’ho anche detto.

Vi siete incontrati?
È successo molto tempo fa. Gli dava fastidio l’atteggiamento sarcastico del mio sito nei suoi confronti. “Non puoi pensare che il potere romano – gli spiegai – scompaia all’improvviso o si faccia da parte perché è arrivato da Firenze il figliol prodigio che si rifiuta di essere prodigo. Quelli ti fanno un culo così”. Mi ha detto che non gli importava. Che se avesse fallito avrebbe fatto un altro mestiere.

Era mosso da idealismo?
Da presunzione e inadeguatezza. Credo che adesso prevalgano improvvisazione e spaesamento. Basta notare come abbia occupato in maniera sfacciatissima tutti i posti del potere, dalla Cassa Depositi e Prestiti alla Rai, dall’Eni all’Enel. L’avesse fatto Berlusconi, sai i girotondi intorno a Palazzo Chigi? Ma si può governare un paese con due amichetti toscani del calibro della Boschi e di Lotti? Ora Pitti-bullo e i suoi hanno paura di Roma. Tremano all’idea di finire nei salotti de’ noantri, però poi imbarcano un Verdini per salvare il culo del governo in Senato. Forse è arrivato il momento di tornare a giocare a flipper nel bar di Rignano sull’Arno.

Farsi definitivamente da parte?
Non puoi scambiare la demagogia con la democrazia, altrimenti fai la fine della Grecia. In Italia, tra una inutile riforma del Senato e un regalo da 80 euro in modalità Achille Lauro, che direzione abbia preso davvero la rivoluzione renziana l’hanno capito tutti. Fuori dai confini poi, lasciamo perdere. La sua unica fortuna è di vivere in una situazione anche globalmente disastrata. Campa sulle disgrazie altrui, ma non potrà contare sulla Mummia Sicula Mattarella. Se Renzi cade, si va a votare. Napolitano lo impedì, mise al comando Monti e finalmente abbiamo anche capito perché. La Troika era alle porte di Roma.

Napolitano fece bene?
Certo, ma è stato pavido. Tra un discorso alla Nazione e un monito, un secondo per dirci che stiamo sul baratro con le pezze al culo Bellanapoli avrebbe dovuto trovarlo. Ormai è superfluo. L’Euro ci ha tolto non solo la lira e Bankitalia, ma anche la sovranità. Siamo sudditi, e giustamente. Non si può avere la moglie drogata e la siringa piena, una moneta forte e fare come cazzo ci pare. Mi sembra il finale più giusto, quello dello strapotere economico sulla politica, per un’età che ha visto la vera rivoluzione della seconda metà del 900 avverarsi grazie a due pillole. Altro che capitalismo e comunismo. Una semplice operazione di farmacia.

Parla del Viagra?
Del Viagra e della pillola anticoncezionale. La farmacia ha cambiato davvero la nostra vita, altro che euro e Bce. I 70, con la pillola, sono gli anni della scopata senza cerniera. Negli 80 abbiamo assistito al delirio, nemmeno i tubi erano Innocenti. Poi è arrivato l’Aids e oggi, malgrado internet, osservo una grande regressione del desiderio.

Perché malgrado Internet? Sul sito – dicono i critici – ci sono più nudi che notizie.
Moana Pozzi, sapiente come una antropologa, mi disse in un’intervista: “La difficoltà del nostro tempo non è tanto quella di scongiurare l’osceno, quanto piuttosto di alimentarlo, farlo fiorire”. YouPorn rende visibili le fantasie nascoste e permette a chi ieri si vergognava di condividere le proprie, di uscire dalla grotta e scambiarle con il partner ritrovando coraggio. Secondo me il sesso o è porno o non è sesso.

In che senso?
Nel senso che la fantasia è il centro di ogni autorealizzazione erotica e alla fine, che tu ti nasconda o meno, i sogni ti aggrediscono. Riprendono possesso di te. Sempre la Beata Moana diceva: “Il sesso è anche nero, contorto, corrosivo; non è sempre una cosa solare, gioiosa. A me piace l’oscenità; mi annoia invece la volgarità, che è cattivo gusto e basta. L’osceno è ‘il’ sublime”. Comunque, l’euforia sessuale di ieri non tornerà più. La notte, a differenza del giorno, era eroticamente un’istigazione a delinquere. Rimini degli Anni 80 era cento volte più porca dell’Ibiza di oggi. Volevamo vivere solo di notte, con voracità. E in notti come quelle accadeva di tutto.

Cosa accadeva a Rimini?
Non si può raccontare.

Ci dia una Polaroid allora.
Una volta partii per andare a trovare una fidanzata. Lei si era calata un acido. “Roberto scusami, non mi reggo in piedi”. Mi incazzai: “Ho fatto 400 chilometri e ti fai trovare sprofondata come una Citroen parcheggiata?”. Mi presentò un’amica: “Tranquillo, c’è lei”. Andammo a letto. Ecco cos’erano gli Anni 80, un tempo estraneo alla follia masochistica del senso del possesso. Che cazzo vuoi possedere? Le catene vanno bene per le ruote dell’auto. Quando nevica.

Fonte: Il Fatto Quotidiano