L’Italia sta esaurendo il tempo a disposizione, dal punto di vista economico. Dopo sette anni di espansione globale, che si sta esaurendo, il paese è ancora bloccato nella deflazione del debito e in una crisi bancaria che non è in grado di affrontare dentro i vincoli paralizzanti dell’Unione Monetaria.

“Abbiamo perso il nove percento del PIL dall’inizio della crisi, nonché un quarto della nostra produzione industriale“, ha detto Ignazio Visco, il triste governatore della Banca d’Italia.

Ogni anno Roma prevede speranzosamente una discesa del rapporto tra debito pubblico e PIL, e ogni anno puntualmente questo aumenta. Il motivo è sempre lo stesso. Le condizioni deflattive impediscono al PIL nominale di crescere abbastanza da superare il debito.

Gli ipotetici risparmi provenienti da una drastica austerità fiscale – i tagli negli investimenti pubblici – vengono schiacciati dalla inesorabile aritmetica dell’effetto denominatore. Il rapporto debito/pil era 121 percento nel 2011, 123 nel 2013, 129 nel 2013.

Quest’anno l’incremento si è quasi appiattito, restando sul 132,7 percento, aiutato da un euro debole, petrolio ai minimi, e dalla polverina magica del quantitative easing di Mario Draghi. Questo triplo stimolo si sta però esaurendo prima ancora che il paese esca dalla trappola della stagnazione. Il Fondo Monetario Internazionale si aspetta una crescita di appena l’1 percento per quest’anno.

La finestra globale, in ogni caso, si sta chiudendo. L’aumento dei salari americani porterà probabilmente la Federal Reserve ad aumentare il tasso d’interesse, e la speculazione selvaggia spingerà certamente la Cina a limitare il suo boom di credito. L’Italia a quel punto cadrà di nuovo in recessione – forse all’inizio del prossimo anno – con tutti gli indicatori macroeconomici ad un livello peggiore di quanto fossero nel 2008, e con metà del paese pronto a una rivolta politica.

“L’Italia è enormemente vulnerabile. Ha attraversato un’intera fase di ripresa globale senza vedere alcuna crescita“, ha detto Simon Tilford del Centre for European Reform. “L’inflazione ‘core’ è ad un livello pericolosamente basso. Il governo non ha praticamente alcuno strumento operativo per combattere la recessione“.

L’Italia ha bisogno di riforme profonde, ma queste sono per loro natura recessive nel breve termine. Si possono fare solo accompagnandole a forti investimenti per compensare lo shock, ha detto Tilford. Ma non si vede alcun New Deal all’orizzonte.

Da un punto di vista legale il Fiscal Compact concordato con l’UE obbliga l’Italia a fare l’esatto opposto: accumulare surplus primari abbastanza grandi da tagliare il 3,6 percento del rapporto debito/PIL ogni anno per vent’anni. Vi viene da ridere o da piangere?

“C’è il rischio concreto che Matteo Renzi decida che l’unico modo di restare al potere sia quello di arrivare alle prossime elezioni guidando una piattaforma politica anti-euro. La gente sta diventando sempre più favorevole al rischio politico“, ha detto Tilford.

Fonte: Voci dall'Estero