Difficilmente nei prossimi anni ci capiterà di schierare un numero di film e un ventaglio di autori e di storie come questa volta. Qualcuno dirà che in fondo è un concorso: si vince, si perde, non parliamone più. Altri potranno crogiolarsi nel solito vittimismo all’italiana: c’è stato un complotto, ci odiano, continuiamo a essere brutti, sporchi e cattivi… Forse però vale la pena vedere le cose da un’altra angolazione: scopriremo allora che la débâcle di Cannes, proprio perché ingiustificata, parla tuttavia della decadenza dell’Italia. Non siamo più considerati come portatori di una specificità, di un valore immediatamente riconoscibile, siamo considerati una cinematografia di cui si può fare a meno perché rappresenta un Paese più o meno perduto. Il verdetto della giuria ci dice insomma che la nostra decadenza è duplice. Da un lato non interessiamo più come modello: culturale, sociale, di vita. Dall’altro, non godiamo più nemmeno del rispetto che un tempo si dava a chi comunque aveva alle spalle un nobile passato. È come se fossimo diventati ininfluenti, una cinematografia marginale, da terzo mondo neppure emergente, cui gettare uno sguardo distratto. Le scelte fatte lo indicano: una nazione trasparente. Ci vedono attraverso e non vedono più niente. Si potrà obiettare che la stessa stampa internazionale è stata completamente smentita da una giuria internazionale e che quindi, almeno per la prima, noi siamo più che in buona salute e in qualche modo vincitori morali. È vero, però non è sufficiente a rincuorarci e a volte i giornali sono i più lenti a cogliere i cambiamenti: hanno le loro abitudini, i loro luoghi comuni, eccetera. Resta il fatto che un gruppo di professionisti, a vario titolo, del settore, si è comportato come se non esistessimo, senza neppure porsi il problema se fosse un errore o meno farlo così radicalmente. Non ci ha dato peso perché non abbiamo più peso, semplicemente.

Fonte: Il Giornale