Assad o non Assad? Il Paese si risente perché l’Italia non è stata invitata dai francesi al vertice sulla Siria e la Libia dove sono presenti anche la Gran Bretagna e la Germania, con l’alto rappresentante della Ue Federica Mogherini. Ma che ha da dire su queste vicende l’Italia? Sulla Siria ben poco, a lungo si è adeguata alla versione della storia fornita dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei e arabi. Con qualche correzione quando si è accorta che Bashar Assad non era caduto ma dopo alcuni anni restava ancora in sella.

Intorno alla sorte dell’autocrate di Damasco si è innescata una girandola diplomatica vorticosa. I francesi, stimolati dagli affari miliardari con le monarchie del Golfo, vorrebbero che se ne andasse, i tedeschi sono poco convinti, gli americani aspettano le mosse della Russia. I generali di Washington incontrano quelli russi – alcuni di loro forse anche sotto sanzioni per l’Ucraina – e stanno meditando che fare.

Per aiutare Assad, ormai ai limiti, Mosca vorrebbe bombardare Aleppo o Palmira. Mentre Putin ha incontrato Erdogan per capire se c’è un punto di contatto: alla Turchia interessa una zona cuscinetto e fare fuori i curdi. Alla Russia, come all’Iran, conviene tenere in sella Assad fino a quando non verrà trovata una transizione che le garantisca un ruolo in Medio oriente. Putin ed Erdogan possono sembrare una strana coppia ma affari sul gas e interessi strategici li avvicinano più di quanto non sembri. Quanto alla popolazione siriana la soluzione ormai è stata trovata. I siriani, stritolati tra autocrati e jihadisti, sono caldamente invitati a fuggire perché con i miliardi messi a disposizione dall’Unione europea verranno creati campi profughi con un nome nuovo ed elegante, gli hot spots. Turchia, Libano e Giordania, saranno inoltre foraggiati per ospitarli. Quanto a lungo non si sa perché di ricostruzione della Siria non si parla neppure. Come non è dato sapere cosa accadrà di migliaia di combattenti stranieri che percorrono il Paese disseminando la morte con le autobombe. E tanto meno non c’è nessuna idea di cosa fare dei gruppi jihadisti sul terreno. Cambieranno il nome e verranno riciclati in una nuova Siria sotto la legge della sharia? Siamo quasi certi che non sarà un vertice europeo, da cui l’Italia è esclusa, a rispondere a questi banali interrogativi. Sulla Libia poi c’è solo da constatare il più grande smacco strategico subito negli ultimi decenni: l’Italia, che nel 2010 aveva firmato un accordo con Tripoli per la cooperazione e la sicurezza, non soltanto non è stata capace nel 2011 di opporsi all’iniziativa francese di bombardare Gheddafi ma successivamente ha partecipato ai raid. Con quale contropartita? Quando è finito il regime libico, francesi e inglesi si sono accorti che nonostante decenni di propaganda anti-italiana i libici non avevano nessuna intenzione di buttarci a mare ma l’Eni continuava a estrarre petrolio e persino i Fratelli Musulmani di Tripoli avrebbero voluto che la missione internazionale per ricostruire il Paese fosse affidata agli italiani. Ma gli italiani evidentemente devono essere considerati meno affidabili dei jihadisti appoggiati dalle monarchie del Golfo. E non importa se ora alla Sirte c’è il Califfato: nessuno a quanto pare è intenzionato a sloggiarlo dal Golfo libico che sta di fronte a casa nostra. Ogni tanto ci affidano la guida di qualche missione nel Mediterraneo dal titolo pomposo ma giusto per non farci sentire sminuiti quando usano le basi aeree per bombardare un Paese piuttosto che un altro.

In realtà l’Italia è felice di non dovere partecipare a questi vertici. Nel 2004, nonostante precise richieste di invito da Teheran, rinunciò anche al tavolo del negoziato del Cinque più Uno con l’Iran.

È ingiusto però prendersela soltanto con chi governa o ha governato l’Italia in questi anni. I nostri governanti, tutti democraticamente eletti e assai somiglianti ai loro elettori, sono lo specchio di un Paese che ha delegato ad altri le proprie responsabilità, che ha sempre seguito il mainstream senza troppi voli di fantasia.

È un Paese scarsamente indipendente, che ha perso la guerra, vive sotto l’ombrello della Nato e quando si sposta leggermente dal suo posto nel coro viene redarguito. Però ha tanta buona volontà: siamo andati nei Balcani, in Kosovo, in Afghanistan, in Libano. Persino in Iraq, nel 2003, ad appoggiare la più straordinaria fesseria mai compiuta negli ultimi 20 anni da un superpotenza, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e che paghiamo ancora oggi. Abbiamo sacrificato in missioni militari vite umane e quattrini per darci un ruolo che oggi nessuno ci riconosce: ecco un altro investimento con scarso ritorno che dovrebbe farci riflettere.

Fonte: Il Sole 24 Ore