In questo momento così delicato per gli equilibri tra il mondo occidentale e quello ismaico abbiamo intervistato una delle voci più autorevoli. Franco Cardini è il Direttore del Centro di Studi sulle Arti e le Culture dell’Oriente dell’Università Internazionale dell’Arte di Firenze e storico di fama mondiale.

Professor Cardini, a seguito della stage avvenuta a Sousse la scorsa estate Lei aveva detto: “Il principale nemico del Califfo non è l’Occidente, bensì quella parte di mondo islamico che lo combatte rifiutandosi di accettare la sua leadership. Colpendo l’Occidente vuole indurlo a reagire indiscriminatamente contro tutto il mondo islamico, spingendo così sempre più islamici tra le sue braccia”. Da allora ad oggi il sedicente Stato islamico ha colpito l’Occidente più volte, sia a Parigi che a Bruxelles. È cambiato qualcosa nella strategia dell’Isis oppure questi attacchi rientrano nella stessa logica di aumento della tensione?

La strategia del Califfo non è cambiata, rimangono però ancora diversi punti oscuri. Quello che andrebbe capito è quanto Al Baghdadi coordini effettivamente le cellule terroristiche attive in Europa. Quella di Bruxelles sembra più che altro una reazione alla cattura di Salah Abeslam da parte di gruppi terroristici attivi nell’area franco-belga. Non è da escludere che abbiano agito autonomamente e che il Califfo non c’entri affatto e che abbia poi solo rivendicato come propri gli attentati. Non è una guerra diretta da un unico centro direzionale, ma da diverse teste attive localmente. Quello che ancora ignoriamo è la natura dei legami tra le diverse cellule e i quartier generali in Siria. Il fatto che ciò sia ignorato mostra come vi sia un enorme problema di intelligence. Che non capisce che lo scontro non è tra due blocchi monolitici, ma è a bassa intensità e molto diffuso geograficamente.

Se non esistono due blocchi contrapposti non esiste allora alcuno scontro tra la civiltà occidentale e quella musulmana?

Per esserci uno scontro tra civiltà servono due blocchi chiaramente diversi, due civiltà antagoniste e dai valori contrapposti. Erano scontri tra civiltà quello tra i greci e i persiani e quello tra spagnoli e aztechi. Quello di oggi, invece, non è tale perché nè il mondo occidentale nè il mondo islamico sono monolitici. Anzi, spesso questi due mondi si sovrappongono ed è difficile riconoscerne le differenze. Gli arabi sauditi, per esempio, vestono i propri abiti tradizionali, eppure sono stati i principali alleati degli americani nella regione. Nonostante l’aspetto sia diverso il modo in cui fanno affari, finanza e giochi in borsa è esattamente lo stesso utilizzato a Washington. Non bisogna farsi ingannare dalle apparenze, ma bisogna riconoscere che oggi la civiltà occidentale è prevalente in tutto il pianeta. Essa domina la globalizzazione e non lascia spazio ad altre culture, se non complementari ad essa. Paradossalmente i principali finanziatori dello Stato islamico, come Arabia Saudita e Qatar, sono stati i principali alleati degli Stati Uniti per decenni. Nonostante l’apparenza sia diversa non si può dire che appartengano a blocchi antagonisti. I musulmani al mondo sono un miliardo e 600 milioni e la maggior parte di loro condivide il mondo occidentale.

Eppure la guerra dichiarata dal sedicente Stato islamico al mondo è anche contro l’Occidente. Perché ciò avviene se chi lo finanzia è alleato con Gli Stati Uniti, l’emblema stesso del mondo occidentale?

I gruppi terroristici che vediamo in azione stanno compiendo un’operazione precisa: quella di fare egemonizzare il mondo islamico a chi li finanzia. Non dimentichiamo che chi simpatizza per l’Isis è solo qualche decina di migliaia di musulmani sparsi per il mondo, che difficilmente hanno idea dei veri motivi per cui il Califfo agisce. Quello per cui stanno realmente venendo usati è di distruggere l’attuale assetto mediorientale, creato in maniera pessima e irresponsabile a Versailles nel 1945. Distruggendo Siria e Iraq il Califfo vorrebbe destabilizzare il mondo sciita, rappresentato soprattutto dall’Iran e dagli Hezbollah libanesi. È un’operazione volta a creare un nuovo Stato arabo-sunnita legato a Qatar, Arabia Saudita e Turchia, non a caso i Paesi che maggiormente combattono gli sciiti. È una vecchia guerra tra sciiti e sunniti che era già stata denunciata 40 anni fa e che oggi si manifesta più che mai.

Quanto sono consapevoli i terroristi che colpiscono l’Europa del ruolo che giocano nel ridisegnare gli equilibri interni al mondo islamico?

Penso molto poco. Dobbiamo tenere a mente che se le decisioni dei vertici sono dettate da precise strategie tattiche, le azioni della base sono spesso dovute ad una passione trascinante condivisa da decine di migliaia di persone sparse per il mondo. La maggior parte di loro sono mosse da un odio per il mondo occidentale e per le sue contraddizioni morali e materiali. Si tratta soprattutto di un sottoproletariato musulmano nato e cresciuto in Europa che vuole distruggere l’ateismo occidentale a favore di un regno di Dio. Sono generalmente soldati politici semi-analfabeti, ferventi musulmani che conoscono molto poco l’Islam e che il mondo islamico non l’hanno mai visto. Delusi dall’Occidente vogliono tornare alle sorgenti delle proprie origini. Non sono casi isolati figli della pazzia di un individuo. Bisogna comprendere cosa li spinga a rischiare la vita e a suicidarsi in questo modo e tenere conto e anche rispettare la loro forza morale, senza però giustificarla. Il loro è un tentativo di risposta al vuoto interiore che spesso hanno tentato di colmare con la droga e con la delinquenza e che infine tentano di combattere con la morte in nome di Allah.

Chi ha colpito Parigi e Bruxelles è dunque a sua volta strumentalizzato dai mandanti di questa guerra terroristica volta a combattere il mondo sciita, di cui l’Isis è dunque solo un mezzo. Fino a che punto i mandanti come l’Arabia Saudita e il Qatar sono mossi da convinzioni teologiche e ideologiche? Quando iniziano invece i loro interessi economici?

È molto difficile da dire. Sicuramente però le motivazioni economiche in gioco non sono marginali. Il picco delle estrazioni petrolifere è vicino e ciò pone in grande difficoltà quelle economie che devono la propria ricchezza all’esportazione di idrocarburi. Per questo L’Arabia Saudita sta vivendo un momento difficile. Il suo Ministro degli Esteri ha annunciato di essere in possesso dell’arma atomica. Un messaggio, questo, diretto chiaramente al proprio alleato americano, che negli ultimi tempi si sta sganciando aprendo il dialogo al mondo sciita, in primis con l’Iran. Il che pone il governo saudita in una posizione di incredibile difficoltà sia economica che politica. E per questo cerca nuovi interlocutori in Europa. Dove, in assenza di una Ue che nei fatti non esiste, ha iniziato a dialogare con Francia e Gran Bretagna. Le quali si stanno ponendo dunque come nuovo interlocutore con il mondo arabo-sunnita, occupando lo spazio lasciato vuoto dagli americani.

Di fronte alle difficoltà saudite è possibile che una parte del mondo occidentale incrementi invece il dialogo con il mondo sciita?

Potrebbe essere. L’Iran ha dalla sua parte il fatto di essersi sempre comportato con grande chiarezza nei confronti del terrorismo. L’unico caso in cui ha appoggiato azioni terroristiche è stato attraverso Hamas contro Israele, ma quello è un equilibrio del tutto particolare. Hezbollah, da parte sua, non ha mai fatto terrorismo. E’ una forza politica e militare con una chiara visione socio-economica, che attacca le postazioni israeliane e combatte l’Isis, ma non compie attentati terroristici. E se le sue azioni venissero considerate come tali allora lo dovrebbero essere anche quelle israeliane, per esempio. I terroristi non sono loro, ma coloro che ammazzano degli innocenti per educare alla paura nei loro confronti e nei confronti dei loro mandanti. A Bruxelles e a Parigi hanno voluto fare cadere nel panico un’intera società per indurre le autorità a bombardare il Medio Oriente, cosa che aumenterebbe le simpatie per il Califfo. Questo lo abbiamo visto quando la Francia ha bombardato Raqqa e generando un aumento dei consensi per l’Isis sul territorio.

Come dovrebbero dunque reagire le forze di intelligence di fronte alle stragi in Belgio?

Servono operazioni mirate e non rappresaglie. Il passato ce lo insegna. Se i tedeschi avessero individuato e giustiziato solo i responsabili della strage di via Rasella la maggior parte della popolazione italiana avrebbe riconosciuto la correttezza del loro comportamento. Con la rappresaglia, invece, se la inimicarono. Oggi servono operazioni mirate di intelligence che colpiscano le cellule jihadiste e non bombardamenti su poveri disgraziati che hanno come colpa solo quella di essere governati da un brigante internazionale qual è il Califfo.

Fonte: Gli occhi della guerra