Bomba o non bomba non arriveranno a Mosca. La canzone di Venditti, a finale invertito, ben interpreta lo scenario russo-siriano all’indomani del disastro aereo nel Sinai.

Diamo pure per scontato, ed ancora non lo è, che dietro quello schianto ci sia lo Stato Islamico. Questo di certo non fermerà il disegno strategico politico di Vladimir Putin. Chi paragona il suo intervento in Siria a quello dell’Urss in Afghanistan negli anni Ottanta sbaglia di grosso. E non solo perché non esiste più la Russia sovietica, ma perché Putin, a differenza dei suoi predecessori del Pcus, segue un disegno politico sofisticato, può contare su un esercito efficiente e s’avvale di esperienze consolidate sia nella lotta al terrorismo, sia nell’intervento in conflitti di bassa-media intensità.

Il precedente storico da cui partire non è dunque quello afghano, ma la «seconda guerra di Cecenia» condotta da Putin dall’agosto 1999 fino all’aprile 2009. Quel conflitto, segnato da massicci bombardamenti, sanguinose operazioni di terra, spregiudicate eliminazioni di nemici, non causò soltanto un numero esagerato di perdite collaterali tra i civili ceceni, ma portò anche il terrore nel cuore della Russia. Chi immagina un Putin preoccupato per la tragedia del Sinai non dimentichi l’assalto ceceno al teatro della Dubrovka a Mosca costato la vita, nell’ottobre 2002, a 120 ostaggi o l’assalto alla scuola di Beslan conclusosi, nel 2004, con la morte di 385 persone tra cui 186 bambini. E chi considera una novità l’abbattimento di un aereo civile scorda le due «vedove nere» cecene che la notte del 24 agosto 2004 si fecero saltare a bordo del Volga Avia Express 1353 e del Siberian Airlines 1047, partiti a mezz’ora di distanza da Mosca, causando la morte di tutti i passeggeri.

Ma nel caso di Putin la vera differenza non la fanno solo gli anticorpi indispensabili per resistere ad una guerra combattuta sull’impervio doppio fronte dello scontro convenzionale e del terrore asimmetrico. La vera differenza la fa la sua capacità di combattere su un doppio fronte seguendo un unico disegno politico. In Cecenia Putin vinse dividendo la compagine jihadista e trasformando in alleato quel capo ribelle Akhmat Kadyrov a cui affidò prima la distruzione del nemico e poi la ricostruzione di Grozny. Un disegno politico totalmente assente negli anni dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Un disegno politico che non sembra guidare le mosse di Obama dei suoi alleati europei impegnati ad esigere la destituzione di Bashar Assad senza indicare qualcuno in grado di sostituirlo.

Una differenza ben rimarcata da un presidente russo che prima di bombardare la Siria ha avviato colloqui con l’Arabia Saudita, la Turchia e gli altri Paesi sunniti impegnati alleati dei ribelli siriani. Colloqui sfociati il 30 ottobre scorso a Vienna nel primo tavolo negoziale sulla Siria con Russia e Iran da una parte e Turchia ed Arabia Saudita dall’altra. Senza dimenticare che l’esercito russo non è più l’impacciato e rugginoso residuato post sovietico da due milioni di coscritti visto all’opera in Afghanistan, Cecenia e Georgia. Dopo la magra prova georgiana Vladimir Putin ne ha preteso un’autentica rigenerazione, dando vita ad una selezionata e costosa macchina da guerra da 700mila militari a cui, solo nel 2011, ha garantito fondi per 56 miliardi di euro. Fondi aumentati del 53 per cento nel 2014 fino ad arrivare ad un spesa militare inferiore soltanto a quella di Stati Uniti e Cina. Quella raffinata macchina da guerra affidata alla guida politica di un leader consumato è la vera forza di un Putin che, a differenza di Gorbaciov in Afghanistan o Eltsin in Cecenia, potrà tentennare, ma non certo mollare.

Fonte: Il Giornale