Il 4 agosto scorso, mentre i ministri Gentiloni e Guidi capeggiavano la missione a Teheran, nel loro stesso hotel si incontravano il vice ministro russo Bogdanov, esperto del mondo arabo, e il ministro degli Esteri siriano Moallem. L’intenzione era di esaminare il piano iraniano di transizione per la Siria che prevede il mantenimento del regime, delle sue strutture militari e di intelligence ma anche una possibile uscita di scena di Bashar al-Assad e del suo clan. Il piano iraniano è molto simile a quello di Mosca e trova sostegno diplomatico anche a Pechino. Non è un caso, probabilmente, che Assad abbia appena ventilato una sua possibile uscita di scena in un’intervista a una tv iraniana: Teheran resta con Mosca il suo grande protettore e alleato.

Nei mesi seguiti alla rivolta anti-Assad, cominciata nel marzo 2011 a Daraa, una delegazione degli Emirati in rappresentanza del Consiglio di cooperazione del Golfo, andò a Damasco per incontrare il presidente siriano. Sul tavolo venne posta un’offerta: l’equivalente di tre anni di bilancio dello stato siriano per spingere Assad a rompere i legami con Teheran. Se l’avesse accettata le monarchie del Golfo si sarebbero impegnate a far cessare la rivolta contro il regime alauita. Il raìs la respinse e forse con questo gran rifiuto segnò la sua condanna a combattere una guerra devastante contro i jihadisti. In quei giorni dell’estate 2011 i Pasdaran di Teheran erano già entrati in Siria e custodivano con occhio discreto ma attento il mausoleo di Zeynab, gettonata meta di pellegrinaggio degli sciiti iraniani e iracheni.

Se si verificasse un’uscita di scena di Assad, questo sarebbe un passaggio epocale nei rapporti tra Teheran e Damasco perché l’élite alauita è strettamente legata a quella degli ayatollah sciiti, ancora prima che nel 1979 salisse al potere la Repubblica islamica dell’Imam Khomeini.

Per comprendere i rapporti tra Damasco e Teheran bisogna risalire all’ascesa del partito Baath nel marzo del 1963, quando un gruppo di giovani ufficiali imbevuto di nazionalismo arabo e idee socialiste rovesciò il vecchio regime. Quello fu un anno decisivo per la storia siriana contemporanea. Con il colpo di stato baathista emerse una nuova classe politica che stravolse i rapporti tra sunniti e non sunniti, tra popolazione urbana e rurale, tra classi agiate e povere, tra conservatori e progressisti. Dal 1942 al 1963 le posizioni di potere erano concentrate nelle mani dei sunniti urbanizzati, damasceni o aleppini, mentre i membri delle minoranze religiose erano emarginati in ruoli secondari.

Il colpo di stato baathista promosse al potere le comunità islamiche eterodosse, gli alauiti, i drusi, gli ismailiti. In Siria la nuova lotta per il potere si trasferì alle gerarchie militari con il colpo di stato del 1966 che fece fuori i due fondatori del Baath, Salah Bitar e Michel Aflaq. Il nuovo gruppo dirigente era guidato da ufficiali alauiti come Salah Jadidi e Hafez Assad i cui nonni erano stati i maggiorenti dello stato alauita fondato dai francesi in Siria negli anni Venti.

Hafez al-Assad sopravvisse alla sconfitta contro Israele nel 1967 e nel novembre del 1970 assunse il potere diventando presidente nel 1971.

Ma l’anno chiave è il 1973, quando Assad fece votare una nuova costituzione ritagliata su misura per assicurare pieni poteri al presidente. La nuova costituzione voleva separare stato e religione, eliminando la clausola che il capo di stato dovesse essere di fede musulmana e quindi cancellando ogni aderenza dello Stato all’Islam. Il dibattito allora si accese: la maggioranza sunnita fece pressioni, cominciarono manifestazioni ostili ad Assad e agli alauiti, ora accusati dalla maggioranza di non essere dei musulmani ma degli eretici.

Non era questa la prima volta: una fatwa che li definiva eretici fu redatta da Ibn Tamiyyah, il teologo del 14° secolo, ispiratore di gran parte dei movimenti integralisti contemporanei, la cui tomba si trova a Damasco. È singolare ma significativo che nella Siria degli Assad il suo sepolcro venne ridotto a una lapide sbreccata, abbandonata tra l’erba alta e gli sterpi.

I sunniti non si calmarono neppure quando Hafez al-Assad introdusse una modifica per accontentarli. L’alauita Assad, che affidava il suo potere alle forze armate e al partito unico e laico Baath, aveva bisogno di una consacrazione religiosa e fu Musa Sadr a dispensarla.

Musa Sadr nacque a Qom in Iran nel 1928 da una famiglia di esponenti religiosi sciiti provenienti dalla regione del Jabal Amil, nel sud del Libano. Figlio dell’imam Ṣadr al-Din, dopo essersi formato nello studio delle scienze religiose, si laureò in sharia e scienze politiche presso l’Università di Teheran nel 1956 prima di insediarsi a Tiro del Libano, nel 1960. Fu il fondatore del movimento Amal, particolarmente attivo e seguito nel Sud del Libano a forte maggioranza sciita.

Alto, affascinante, con occhi verdi ed espressivi, Musa Sadr parlava molte lingue ed era un oratore brillante, ascoltato anche dalle altre comunità libanesi. Possedeva anche grandi capacità organizzative e abilità nel raccogliere fondi che servirono a cause sociali, umanitarie e alla fondazione delle milizie di Amal, nei cui campi di addestramento passarono attivisti iracheni, iraniani e un corpo di Pasdaran, le Guardie della rivoluzione khomeinista.

Musa Sadr fu il primo Imam musulmano a pregare in una chiesa alla cerimonia di Pasqua, a entrare nel salotto buono della Beirut cristiana citando in un famoso discorso Sartre, Jaspers e Marx, a scrivere un saggio su Le Monde. Il turbante nero di Musa Sadr, frenetico viaggiatore, non esitava a corteggiare politici arabi, intellettuali cristiani e sunniti, uomini d’affari e banchieri, per sostenere la causa sciita.

Assad e gli alauiti lo interessavano. Gli alauiti un tempo venivano chiamati nusayriti dal nome del loro fondatore Muhammad Ibn Nusayr, vissuto nel nono secolo e originario probabilmente di Bassora nell’Iraq meridionale: sono una delle ultime sette di Ghulat, i miscredenti musulmani sopravvissuti fino a noi che attribuivano ad Ali, cugino e genero di Maometto, una natura divina, superiore a quella del Profeta. Probabilmente sarebbero scomparsi se l’iracheno Husayn al-Khasibi, originario di Kufa, non fosse stato accolto dall’emiro di Aleppo Ali, detto la Spada dell’Islam, condottiero e poeta. È lui, Al-Khasibi, il grande codificatore e propagatore della dottrina alauita, che venne sepolto qui, nel 969, alla corte del suo protettore. Ma gli alauiti, considerati eretici dagli altri musulmani, cambiarono il loro nome, fecero sparire le spoglie e le occultarono nel fondato timore che i sunniti le potessero distruggere. Soltanto negli anni ’70 del secolo scorso, quando Hafez al-Assad diventò presidente, al-Khasibi è brevemente ricomparso per essere tumulato lontano da sguardi indiscreti, sorvegliato giorno e notte da militari in divisa.

Fu Musa Sadr, capo allora dell’Alto consiglio sciita del Libano, a emettere una fatwa in cui si sanciva che gli alauiti erano membri a pieno titolo della grande comunità islamica degli sciiti come seguaci di Ali, il primo dei Dodici Imam. Da allora lo sciismo diventò uno dei pilastri del regime, con la conseguente diffusione di rituali e pellegrinaggi che hanno poi legato sempre di più Damasco alla Repubblica islamica iraniana, con la quale un tempo condivideva anche un nemico comune, il presidente iracheno Saddam Hussein.

Questo è il motivo originario per cui gli Assad, passato lo scettro dopo la morte di Hafez al figlio Bashar nel 2000, sono ancora oggi alleati di ferro di Teheran: i religiosi sciiti legittimarono il loro potere politico a Damasco di fronte ai sunniti. Ma questa fu anche la fine dell’alauitismo originario. Gli alauiti non andavano in moschea, non praticavano il Ramadan e osservano rituali completamente diversi, inoltre credevano nella metempsicosi, la trasmigrazione delle anime. Con l’affiliazione allo sciismo, gli Assad cominciarono a comportarsi come “veri” musulmani e trascinarono con loro gran parte della minoranza alauita. Ma il loro modello religioso era quello sciita.

Anche con gli Hezbollah il legame è saldissimo. Dopo che l’Imam Musa Sadr scomparve per mano di Gheddafi nel 1978, la sua eredità politica, molto più riformista che radicale, fu monopolizzata tra gli sciiti libanesi dagli Hezbollah, ispirati e sostenuti dalla rivoluzione khomeinista. Tutto cominciò nella città del Sole, dove i seguaci dell’occulto attribuiscono poteri magici alle colonne e ai cortili maestosi dei templi di Giove e di Bacco. Fu a Baalbek, l’antica Heliopolis, che nei primi anni ‘80 arrivarono, con l’appoggio dei siriani, i primi Pasdaran, le guardie della rivoluzione iraniana. Nella moschea lo sceicco al-Tufeili catturava folle di giovani sciiti con le parole d’ordine di Khomeini e ancora oggi il volto severo dell’Imam Musa Sadr è accostato alla foto di Nasrallah. È attraverso la Siria che arrivavano uomini e armi iraniane nella valle della Bekaa, come si è visto molte volte nei conflitti con Israele. Nel 2006 i siriani di Assad accolsero i rifugiati libanesi e le famiglie degli Hezbollah che poi hanno ripagato il regime di Damasco combattendo strenuamente contro i ribelli nelle montagne del Qalamoun.

Oggi, attraversando il confine tra Libano e Siria, qualche centinaio di metri dopo la frontiera, sulla sinistra in direzione di Damasco, c’è la stazione Hezbollah. È qui che comincia il mondo sciita in Siria. È difficile dire se l’Iran liquiderà Assad. Potrebbe essere parte di un compromesso anche per evitare che l’alleanza con Mosca lasci gli sciiti in posizione scomoda con i sunniti sulla scena internazionale: i primi alleati della Russia, i secondi dell’Occidente. Ma una cosa è certa: gli alauiti fanno ormai parte dello sciismo ufficiale e la Repubblica islamica non può ignorare la loro sorte futura.

Fonte: IlSole24Ore