L’arrivo in Italia del presidente iraniano Hassan Rouhani, per di più in quasi perfetta coincidenza con la Giornata della Memoria che onora il ricordo della Shoah, ha comprensibilmente provocato un’ondata di editoriali in cui l’Iran è messo sotto accusa per le discriminazioni ai danni delle minoranze religiose, per le condanne a morte distribuite con grande facilità (è il Paese al mondo con il più alto tasso pro capite di esecuzioni, 1.084 persone giustiziate nel 2015 secondo i dati di Nessuno tocchi Caino), per le evidenti limitazioni ai diritti civili, per l’antisionismo sempre alle soglie dell’antisemitismo. Tutto giusto e tutto vero, e faranno bene i nostri politici (a differenza di come si sono comportati in altri non meno clamorosi casi) a far capire a Rouhani che per noi queste sono cose importanti e che non basta la prospettiva di far buoni affari insieme (ci sono in ballo contratti per 17 miliardi, dice il Financial Times) per farcele dimenticare.
Non sempre il pulpito da cui arrivano queste prediche è affidabile e coerente. A certi editorialisti non frega nulla delle esecuzioni saudite, nulla dei bombardamenti sui civili nello Yemen, nulla delle complicità turche con l’Isis; non battono ciglio se a morire sono i curdi o gli iracheni o i palestinesi; manco notano le discriminazioni ai danni delle minoranze etniche e religiose nelle monarchie del Golfo Persico. Però sull’Iran hanno ragione e quindi, pure se sono ipocriti, meritano che gli venga riconosciuto.
Ho però la sensazione che il vero problema non sia lì. Cioè, se l’Iran sia uno Stato più canaglia dell’Arabia Saudita o dell’Egitto. Di rapporti con regimi tutt’altro che edificanti son piene le cancellerie. Agli Usa, che fanno la predica a tutti, non fa per niente schifo che il 22% del loro enorme debito pubblico sia coperto da investimenti della non troppo democratica Cina. Credo invece che il vero problema nascosto dietro queste polemiche sia il nostro rapporto con Israele.
Per molti anni, e presso molti ancora oggi, l’assioma è stato: ciò che va bene per Israele va bene per il Medio Oriente e va bene per noi. Quell’impalcatura sta saltando e molti non riescono ad accettarlo. E’ sotto gli occhi di tutti, infatti, che ormai non tutto ciò che va bene per Israele va bene anche per il Medio Oriente. E che non tutto ciò che va bene a Israele va bene per noi.
Prendiamo l’Isis. Come avevo scritto nel giugno scorso, cioè in tempi non sospetti (prendendomi gli insulti dei soliti fascistelli travestiti da amici di Israele) e come ora dicono gli stessi uomini che governano lo Stato ebraico, il Califfato è per Netanyahu e i suoi un pericolo secondario, quando non un’opportunità, per esempio per annettere ufficialmente il Golan. Per loro è l’Iran la minaccia principale.

Per l’Europa è esattamente il contrario: l’Isis, già annidato in Libia, è il pericolo incombente mentre l’Iran è un potenziale partner. E non solo per la politica economica ma anche per la stabilizzazione del Medio Oriente, da cui a cascata deriva pure l’ondata di migranti che sta mettendo a rischio le basi stesse dell’Europa comunitaria, come il Trattato di Schengen. Figuriamoci poi per l’Italia, che dalla Libia infiltrata dai jihadisti dista un braccio di mare.
Altro esempio: l’accordo sul nucleare firmato dall’Iran con il cosiddetto Cinque+Uno (Usa, Cina, Russia, Gran Bretagna e Francia più Germania). Tutto il mondo lo considera un passo avanti verso la pace, tranne due Paesi: Arabia Saudita e Israele. Certo, lo spassoso editorialista del Corriere della Sera ci informa che tra dieci anni l’Iran avrà la bomba atomica, dimenticando che dieci anni fa Netanyahu giurava che l’Iran avrebbe avuto la bomba la settimana dopo. Amenità a parte, a chi dareste voi retta? Al mondo o all’Arabia Saudita e Israele?
Tutto questo non avviene perché qualcuno è stupido o cattivo. Netanyahu fa bene a difendere gli interessi di Israele con il mandato ricevuto dai suoi elettori, e altrettanto vale per Rouhani oppure Obama. Il fatto è che il disastro del Medio Oriente uscito da un secolo di manipolazioni occidentali si sta portando dietro un sacco di cose. Comprese alcune certezze e un bel po’ di propaganda.

Fonte: Famiglia Cristiana