Geopolitica, settarismo, politica di potenza, petrolio, sono da decenni le questioni conficcate nel cuore della guerra dentro l’islam. Neppure il pellegrinaggio alla Mecca fa eccezione. Per contrastare la repubblica islamica di Khomeini, l’Arabia Saudita e gli emiri del Golfo finanziarono la guerra di Saddam Hussein contro l’Iran negli anni 80: 60 miliardi di dollari vennero inutilmente bruciati nelle paludi dello Shatt el Arab insieme a un milione di morti. Teheran per quel massacro durato otto anni non ha mai perdonato i sauditi: era questa un’altra puntata del secolare conflitto tra arabi e persiani.

Sauditi e iraniani adesso sono sempre più ai ferri corti perché coinvolti in una guerra per procura in Siria, Yemen e in Iraq, dove l’offensiva su Falluja dell’esercito di Baghdad, appoggiato dagli americani ma anche dalle milizie sciite, può di nuovo cambiare il quadro strategico.
L’Iran, attraverso il ministro della Guida Islamica Ali Jannati, ha annunciato che non invierà più i fedeli in Arabia Saudita per l’hajj, l’annuale pellegrinaggio alla Mecca. Teheran afferma che la ragione «sono gli ostacoli posti dai sauditi», come la questione dei visti, Riad sostiene che gli iraniani pongono richieste «inaccettabili». Le due capitali si erano già scontrate sul pellegrinaggio l’anno scorso, a settembre, quando nella calca morirono 2-3mila persone (700 ufficialmente), tra cui molti iraniani. L’Iran, tra l’altro, aveva boicottato l’haji per tre anni dopo la morte di oltre 400 iraniani in scontri con le forze di sicurezza
Il pellegrinaggio alla Mecca è obbligatorio, almeno una volta nella vita, per tutti i musulmani: è il quinto dei pilastri dell’Islam ma è la monarchia saudita, custode dei luoghi sacri, a controllare quote, visti e movimenti dei pellegrini da tutto il mondo. Per gli sciiti questo non è l’unico pellegrinaggio: in Iraq Kerbala, dove si trova la tomba di Hussein, e Najaf, con il mausoleo di Alì, sono quasi altrettanto importanti. Alì, genero di Maometto, e il figlio Hussein, nipote del Profeta ucciso nel 680 dalle truppe del califfo di Damasco Yazid, sono i simboli fondanti della differenza sunniti e sciiti che riconoscono come guide legittime soltanto i Dodici Imam discendenti dalla famiglia del Profeta.
Ecco perché l’Iraq, come il resto del Medio Oriente, è un terreno di battaglia politico, militare e religioso: la sconfitta dell’Isis, per quanto ufficialmente sconfessato da Riad e dalla Turchia, potrebbe rappresentare un’altra battuta d’arresto per il mondo sunnita – come lo fu nel 2003 la caduta di Saddam Hussein – che sostenendo altri gruppi jihadisti e radicali spera di ricavare dalla fine del Califfato di Al Baghdadi un’area di influenza sunnita sia in Iraq che in Siria per controbilanciare l’Iran.

Non è certo causale che dopo la rottura sul pellegrinaggio, il ministro degli Esteri saudita Al Jubeiri abbia intimato agli iraniani di non interferire in Iraq. Qui il governo è sciita, così come il 60% della popolazione che fu vittima delle stragi di Saddam. Ma è in Iraq che si controlla la produzione di 5 milioni barili di petrolio al giorno e una parte degli accessi al Golfo: per questo Riad è sulle spine.

La realtà è che i sauditi temono anche le agitazioni nella minoranza sciita, sempre più in ebollizione da gennaio, dopo la decapitazione dell’imam sciita Al Nimr che aveva portato alla rottura dei rapporti diplomatici tra Teheran e Riad. Lo scontro è una rivalità di potenza per il controllo del Golfo ma è anche ideologico-religioso per l’influenza nel mondo musulmano. Con la sua teocrazia Khomeini ha realizzato una repubblica dove sia pure in modo assai controllato e manovrato dall’alto si svolgono elezioni da 37 anni – domenica è stato eletto portavoce del Parlamento il conservatore moderato Alì Larijani – mentre l’Arabia Saudita è una monarchia in pugno a una dinastia familiare con cinquemila prìncipi del sangue.

I due sistemi sono antitetici e per gli sciiti il fondamentalismo wahabita è diventato un termine usato come insulto: “takfiri” per Teheran sono i sauditi ma anche i jihadisti dell’Isis. A loro volta i sauditi sono soliti denigrare gli sciiti come miscredenti. La guerra in Siria, l’Iraq e la campagna saudita in Yemen contro gli Houti sciiti sono gli ultimi capitoli del faccia a faccia tra iraniani e sauditi. In Siria l’Iran vuole mantenere al potere Assad e ora, dopo l’intervento militare della Russia, ha accentuato la sua presenza con l’esercito regolare e i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione. Riad continua a insistere perché Assad venga sbalzato dal potere ma di fatto, insieme alla Turchia è il fronte sunnita che sta perdendo questa guerra mentre non riesce a vincere neppure quella nel “cortile di casa”, in Yemen, una sorta di Vietnam arabo.

L’umore nero di sauditi è diventato plumbeo con l’accordo del luglio scorso sul nucleare iraniano: Riad lo ha considerato un tradimento degli Stati Uniti. Per questo lo scontro sulle quote petrolifere, che si rinnoverà giovedì all’ Opec di Vienna, si è fatto ancora ancora più acceso: vincerà non solo chi ha più risorse, tenuta e alleati ma chi saprà attuare la strategia più sofisticata e lungimirante.

Fonte: Il Sole 24 Ore