La Turchia è un malato sotto osservazione, così la definisce un documento della diplomazia europea che in modo assai chiaro afferma di non sapere qual è la strategia di Erdogan e quale misure prendere per contenere la sua deriva autoritaria. Ma prima di perdersi in chiacchiere dopo il voto, non vincolante, del Parlamento europeo sul congelamento dei negoziati di adesione all’Ue, ecco alcuni dati che dovrebbero far riflettere gli europei e soprattutto la leadership turca, assai più vulnerabile di quanto non facciano credere i proclami del suo presidente e le ambizioni espansionistiche in Siria e in Iraq dove tenere impegnate in un conflitto esterno le forze armate, alquanto depresse dopo le purghe del governo seguite al fallito golpe del 15 luglio scorso. Il 45% dell’export turco è diretto in Europa, il 22% in Medio Oriente e nel Golfo, il 7,5% in Asia. Quindi se Erdogan vuole lanciarsi verso l’Asia per aderire al gruppo di Shangai come alternativa all’Europa deve sapere che non troverà vita facile per le sue esportazioni. Ma da dove vengono i soldi del boom economico turco, che per altro si sta sgonfiando, mentre la lira è sotto pressione sui mercati? Dal 2002, inizio dell’era Akp, quando andò al potere il partito islamico, il 75% degli investimenti esteri in Turchia è venuto dall’Europa, il 15% dagli Usa, un altro 15% dall’Asia, compreso il 7% dal Golfo (dati delle Banca centrale di Ankara). Si affloscia quindi anche il mito dei soldi di emiri e sceicchi, nonostante i forti investimenti nel settore bancario e finanziario del Qatar. Non solo. Il 70% dei debiti del settore privato sono stati contratti con l’Europa: le aziende turche sono indebitate fino al collo con l’Europa e in particolare con la City di Londra. Quindi gli europei oggi danno un buffetto a Erdogan con i quali sono troppo esposti per non scendere a patti. Tutto questo significa che senza investimenti e prestiti europei (26 miliardi di euro arrivati soltanto dall’Eib dal 2002) la Turchia frena o si ferma, con o senza la retorica di Erdogan. Il quale nell’ottobre scorso ha detto chiaro e tondo anche al ministro italiano degli esteri Gentiloni che per la Turchia l’ingresso nell’Unione è un obiettivo secondario:

«Quello che conta per noi – ha affermato – è ottenere i visti di ingresso, che per noi equivalgono a un’adesione».

E ha accompagnato questa sentenza con la minaccia di far saltare gli accordi con Finmeccanica sulle batterie anti-missile se le municipalità italiane non smettono di insignire della cittadinanza onoraria Abdullah Ocalan, il leader curdo del Pkk in carcere sull’isola di Imrali. Così vanno le cose quando si entra ad Ankara nel palazzo dalle mille stanze del presidente. Erdogan è nervoso perché puntava a uscire dalla dipendenza della sua economia dall’Europa. Nel 2011 sperava, aprendo l’autostrada della Jihad per abbattere Assad con l’appoggio della signora Clinton e dei finanziamenti di sauditi e dei qatarini, di diventare il faro del mondo musulmano mediorientale portandosi a casa Aleppo e i soldi delle monarchie del Golfo, grate alla Turchia di avere eliminato una alleato dell’Iran sciita, il vero obiettivo delle guerre per procura in atto nella regione, che però ha avuto l’abilità di coinvolgere in Siria la Russia di Putin tre mesi dopo avere firmato l’accordo sul nucleare nel luglio 2015. Sono almeno cinque anni che a Erdogan dell’Europa non importa quasi niente: è salito sul treno Istanbul-Bruxelles per far fuori i generali kemalisti delle forze armate, non per insediare un sistema democratico. Ma è sceso dal vagone quando si è trattato di fare della Turchia una repubblica presidenziale autocratica. Il suo è un pluralismo autoritario dove il collante non è solo l’islamismo ma un ultra-nazionalismo che per tenersi in piedi ha bisogno di un nemico interno, la minoranza curda, sia quella rappresentata in Parlamento che l’organizzazione di guerriglia e terrorismo del Pkk. Quello che non sono riusciti a fare gli europei è attirare dalla parte dell’Unione l’elettorato maggioritario conservatore che si sente preso in giro perché ha capito che nessuno vuole un Paese musulmano così grande in Europa.

Le dichiarazioni di Erdogan così come quelle contrite dei politici europei sulla deriva anti-democratica imboccata dalla Turchia sembrano quindi un esercizio di scontata retorica. Germania e Francia non hanno mai voluto la Turchia nella Ue. L’Italia appoggiava Ankara più per ottenere vantaggi economici che per convinzioni politiche e in quanto condivideva, fino a qualche tempo fa con gli Stati Uniti, l’idea strategica che la Turchia sarebbe stato il ponte ideale tra il mondo musulmano e l’Occidente. Esportare il modello turco di democrazia musulmana e per di più di un Paese membro storico della Nato sembrava un’idea geniale. Ma abbiamo visto come è andata: Erdogan, dopo il golpe, ha fatto fuori l’opposizione curda, giornalisti, scrittori, funzionari pubblici, imprenditori (500 società messe in amministrazione controllata), tutti con l’accusa di essere gulenisti anche se non si erano mai neppure avvicinati all’Imam in esilio negli Stati Uniti. Erdogan preferisce scendere a patti con Putin e in cambio del Turkish Stream con la Russia ha chiesto la pelle dei curdi siriani sostenuti dagli Usa come alleati nella lotta al Califfato. Ma allora quale potrebbe essere la strategia di Erdogan? Quella di tutti gli autocrati mediorientali: restare al potere e se possibile rafforzarlo. Se l’Europa con la Turchia annaspa perché deve salvare l’accordo sui migranti e i suoi investimenti, neppure gli Stati Uniti stanno meglio. Ci hanno messo un anno e mezzo di negoziati per ottenere da Ankara la base di Incirlik per bombardare l’Isis. Il vice di Obama, Joe Biden accusò nel 2015 la Turchia di sostenere i jihadisti, un anno dopo in agosto ha certificato l’offensiva contro i curdi siriani con un viaggio del pentimento ad Ankara. Erdogan ha alcune ragioni per essere infuriato con l’America: gli avevano fatto credere che sarebbe diventato il Sultano di una Turchia allargata alla Mesopotamia e ora Washington ha difficoltà nel tenerlo freno in Siria e in Iraq. Teniamo pure aperto il dialogo con Erdogan ben sapendo che si tratta dell’ennesima fiction. A Erdogan interessa buttare fuori i curdi dal Palamento e fare un accordo i nazionalisti dell’Mhp, i Lupi Grigi, per avere la maggioranza necessaria alla riforma presidenziale della costituzione. Quanto alla Nato e agli Usa, il nuovo presidente Donald Trump potrebbe chiedere ai turchi di pagarsi una parte della difesa atlantica: Ankara ha 23 basi della Nato con armi nucleari tattiche. Se la Turchia è un malato sotto osservazione, neppure gli altri però sembrano stare troppo bene.

Fonte: Il Sole 24 Ore